Questo blog si trasferisce. Ma proprio di peso eh. Con i commenti e tutto.
Il nuovo indirizzo è http://sulretrodelfoglio.wordpress.com/
Il nuovo feed è http://sulretrodelfoglio.wordpress.com/feed/.
Le motivazioni le ho scritte in un wall of text smisurato che ho intitolato "disintossicarsi da Google"; per renderlo più leggero ci ho messo un video di quelli di Hitler.
Ai primi che arriveranno, delle foto di gatti.
sabato 5 novembre 2011
adoro i traslochi
di
Irene
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martedì 24 febbraio 2009
diffidate
"In generale, dubita sempre di chi sostiene “Ho capito subito che Dio non esisteva”, e in particolare di quelli che lo hanno capito alle elementari. Significa che non hanno mai messo in discussione le conclusioni che hanno raggiunto alle elementari. La loro interrogazione su Dio si è fermata al mattino in cui hanno capito che la suora raccontava una storiella. E quelli che in Dio ci credono, o che ne discutono e ne ammettono la possibilità? Dovrebbero essere tutti più deficienti di loro a nove anni – e poi lo spocchioso sarei io."
Questa è una frase che Leonardo ha scritto qualche tempo fa, in un post di “autodifesa” dalle critiche (tra le altri, le mie) di quanti non avevano apprezzato il suo post contro gli autobus dell'UAAR.
Questa frase mi ha molto colpita. Giustamente, uno dice, dato che è rivolta direttamente a me. Ma non mi ha colpita come avrebbe voluto Leonardo, dato che è un'accusa evidentemente senza senso: ci sono moltissime cose che le persone decidono o capiscono in tenera età, e ciò non pregiudica il loro normale sviluppo mentale o la loro capacità di imparare e applicare l'arte del dubbio. Se un musicista raccontasse che fin dall'età di 9 anni aveva capito che la musica era il suo destino, nessuno gli direbbe di vergognarsi per la sua assurda e spocchiosa ristrettezza mentale. Né, che so, genera scandalo dire che fin da piccoli si è sempre stati amanti degli animali/ permalosi/ omosessuali/ grandi lettori. Il fatto che una preferenza o un tratto distintivo della propria personalità si manifesti presto non significa né maggiore genuinità/purezza né minore realtà/profondità: è un dato autobiografico come un altro. Appigliarsi a questo per accusare chi non la pensa come noi di essere incapace di mettere in discussione le idee infantili mi sembra davvero fuori luogo.
Ovvio, dipende un po' dalle proprie, personalissime code di paglia. Se uno mi dicesse che fin da quando aveva 9 anni sapeva già che Tom Waits faceva cagare, credo che anch'io mi arrabbierei e cercherei di sminuire la dignità di tale precoce illuminazione!
Ho riflettutto su altri due aspetti connessi a tale frase e, quindi, a tale critica.
1. Sto forse dicendo che i credenti siano meno intelligenti di quanto io fossi a 9 anni?
Beh, mi è difficile non pensare che i bambini che sentivano le stesse storielle che propinavano a me nell'ora di religione, dovevano essere o stupidi, o distratti, o indifferenti, per non trovare assolutamente incoerenti e irrazionali tali storie.
In parte, al contrario, proclamo la mia completa ignoranza e incapacità di comprensione davanti al fenomeno del cattolicesimo. Cioè capisco il fascino delle religioni, e in alcuni casi la gioia o il sollievo che portano al fedele. Però quando si scende nel dettaglio, non riesco a immaginare come funzioni, esattamente. E questa incomprensione non posso attribuirla né a mancanza di spiritualità (sono propensa a credere che tutto il pianeta sia un'interconnessa entità mistica che canta l'ohm, e se aveste visto cosa ho visto io a spasso nei pascoli di Palenque, Messico, ne sareste convinti anche voi) né a mancanza di fantasia (vampiri, leprechaun, streghe, Grandi Antichi: io mi bevo tutto). Semplicemente non capisco come si possa pensare che questo corpo, così fragile, così esposto ai pericoli, così esposto a malattie dolorosissime e malformazioni terrificanti, abbia un qualsiasi legame con un Dio benevolo. Non capisco come si possa pensare, guardando l'Universo, a un Dio antropomorfico. Non capisco come si possa credere che Ratzinger possa, in alcune occasioni, parlare per conto di Dio, e mica da sempre (del tipo Piccolo Buddha, no), ma solo da quando i suoi colleghi l'hanno eletto al posto di quello prima che è morto. Non capisco come si possa pensare che a Dio freghi qualcosa di anticoncezionali e simili, ma contemporaneamente non capisco come si possa dire “Sono cattolico, MA - non vado in chiesa/ non mi riconosco nelle gerarchie ecclesiastiche/ non credo ai dogmi – eccetera”. Non capisco.
Io ho conosciuto molti evangelici, alcuni cattolici ferventi, molti cattolici praticanti, moltissimi cattolici non praticanti, un pastore battista, un paio di buddhisti, un Hare Krishna, e online un paio di musulmani. Ho sempre rispettato le loro convinzioni, anzi mi sono rallegrata che nella loro vita avessero qualcosa che riuscisse a “tenerli insieme” con tanta efficacia. Ma il mio rispetto e la mia simpatia non mi ha mai aiutato a capire cosa diamine gli passasse per la testa.
Penso di essere più intelligente? Penso di essere io, e solitamente sono felice di essere io e non un'altra. Ma soprattutto sono felicissima, davvero felicissima di non pensarla come loro.
2. In effetti mi capita spesso di pensare o riferirmi ai miei 9 anni. È un caso, o c'è stato qualcosa di particolare in quel momento della mia vita?
A 11 anni entravo nell'adolescenza (sì, precoce. incazzata e precoce), quindi dicevo addio alla lucidità per entrare in un mondo di rabbia, depressione, improvvisi cambiamenti d'umore, insensate passioni, ormoni e così via. A 7 anni ero ancora una bambina felice, spensierata, protetta dal male del mondo, troppo piccola per interessarmi al mondo degli adulti.
A 9 anni era già successo tutto. Mio padre era già in cassintegrazione; avevo già scoperto le differenze di classe tra me e i miei parenti, tra me e gli altri bambini, e di conseguenza avevo elaborato un'idea di "ingiustizia sociale"; avevo già sviluppato le mie prime idee e propensioni, ed erano, e mica parlo solo di religione, molto diverse (a volte radicalmente opposte) da quelle dei miei pari, per cui avevo già scoperto l'incomprensione reciproca e la solitudine interiore; il mio corpo aveva già iniziato a tradirmi, trasformandomi da graziosissima bambina in graziosissimo Vogon; ed erano già capitate alcune cose brutte che mi avevano rapita e portata in un universo parallelo in cui tutto sembrava uguale a prima, solo che ovunque si nascondeva la menzogna, la stortura, il buio.
Non posso negare che nella mia precoce decisione di lasciare la religione agli altri, tutto ciò abbia avuto la sua parte.
È stato allora che ho capito che le cose così non erano giuste ed era necessario che cambiassero radicalmente. Col passare degli anni è accaduta una roba stranissima: non è successo. Né il mondo è cambiato, né io sono cambiata in modo da adattarmi al mondo, o almeno capirlo, o almeno rendermelo indifferente. Davanti a questo colpo di scena, mi sono convinta che sarei morta presto: avevo preso la legge di Darwin molto seriamente, e quindi mi aspettavo che da un momento all'altro il mondo mi avrebbe, giustamente, fatta fuori, eliminata. Non immaginavo come, ma sapevo che sarebbe successo. Immaginavo il mondo come un organismo sano che mi rigettava, in quanto non per forza dannosa, ma come minimo incongruente.
Perciò, quando qualcuno mi chiede - magari perché se ne sente offeso personalmente (capita) - se mi sento più intelligente degli altri, mi mette in un grave imbarazzo. In parte sì, dato che credo sia comune a tutti ritenere che le proprie scelte siano migliori di quelle altrui (altrimenti, è lapalissiano, se ne farebbero di altre, o meglio si farebbero quelle di altri). Ma la base di tutto, delle mie decisioni, del mio sentire qualcosa come sciocca o come intelligente, come giusta o sbagliata, c'è questa inossidabile, invincibile convinzione di essere al posto sbagliato. Di non c'entrare nulla con il mondo, di essere anormale nel senso di patologica, di essere come la gente, per stare bene e avere successo e una vita lunga e felice, non dovrebbe essere.
Per cui, alla fine, sono pienamente d'accordo con Leonardo: diffidate di gente come me.
di
Irene
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14:38
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venerdì 12 dicembre 2008
pian piano
A Milano piove ormai da quattro anni, ma se non altro ho smesso di fumare. A dire il vero oggi ho comprato un pacchetto da 10, ma solo per l'insofferenza causata dalla partecipazione al corteo studentesco. Ehi, sembrerebbe che qui si parli sempre di manifestazioni, altro che "sono troppo elitaria per unirmi ai movimenti di massa". Ma c'è stata tutta questa roba dei tagli all'università e sono due mesi che siamo in agitazione - almeno, loro, io mi sento abbastanza serena. Però una volta lì, sai com'è, ti senti un po' una merda se non vai anche tu all'assemblea, incontro con gli studenti, volantinaggio o boh. Fondamentalmente un modo come un altro per integrarsi in un gruppo. Magari andrò anche alla cena di Natale. E un altro anno è passato.
C'è un'etichetta qui che si chiama "una casa per un anno". Nel frattempo è diventata una casa per
un anno e mezzo. Oltre i simpatici personaggi di cui ho già presentato agre descrizioni, si sono aggiunte:
1. la provinciale ma wannabe-milanese che - ma perché sprecare parole per descriverla, quando esiste l'ottima espressione "attention whore"
2. il veneto, un ragazzo buono come il pane ed esperto di Linux, che giustamente se n'è andato dopo un paio di mesi, sostituito da
3. il sardo canterino, a quanto pare artista, pittore o salcazzo, appassionato di musica pop brutta che fa ascoltare a tutta la casa per ore e ore e giorni, sottolineando le accattivanti melodie con il suo continuo canticchiare, fischiettare, mmm-are; tutto ciò in falsetto E stonando.
A questo punto l'anno e mezzo possiamo dire che è durato abbastanza.
Quindi da gennaio mi trasferisco. Una casa tutta mia. Ecco, magari l'etichetta sarà quella.
Non so, penso che tornerò a scrivere qui sopra. Cagatine come questa, magari, ma speriamo anche di no - ma avevo bisogno di rompere il ghiaccio.
di
Irene
alle
17:00
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venerdì 11 gennaio 2008
uno due tre prova sse sse
Ho provato a ricominciare un sacco di volte, non so se questa sarà quella buona. Il post del ritorno fa davvero paura, e io, che ho l'ansia da prestazione anche nel buttare la spazzatura in cortile, lo stress diciamo che non lo reggo mica bene.
In questo mese e passa non sono certo sparita dalla rete, come dimostra l'iperattivismo di addictions e qualche commento che ho lasciato qui e là; il motivo per cui ho pensato di smettere per qualche tempo di scrivere qui non era né calo d'ispirazione né rigetto della blogosfera, ma rifiuto di utilizzare il blog in modo improprio.
Quand'ero piccola ero molto più intelligente di quanto sia ora. Cioè, in pratica ero intelligente quanto adesso, ma andavo alle elementari. Il che rendeva tutto confuso, ma anche parecchio interessante. Nemmeno allora la vita aveva uno straccio di senso, ma subivo ancora l'autorità degli adulti che inspiegabilmente si comportavano come se il senso esistesse e fosse lampante, direi ovvio: dato che ero piuttosto ottimista, mi piaceva pensare che avessero ragione, per cui mi buttavo a pesce sulle cose che mi propagandavano, tipo gli ideali o la religione.
La religione, appunto. C'era l'ora di religione a scuola, c'era il catechismo in Chiesa. Folgorata da un documentario sulla Madonna che era apparsa a gente malvestita in qualche posto del cazzo, avevo deciso che mi sarei fatta suora. La maestra si preoccupò e chiamò i miei genitori. Rimasi molto delusa dal mancato entusiasmo nei confronti della mia precoce vocazione mistica: perché San Francesco sì e io no? Non era forse ipocrisia la loro?
Non importa: la mia vocazione religiosa durò lo spazio di un documentario. Mi annoiavo. Le storie tratte dalla Genesi erano piene di ingiustizie, quelle tratte dal Vangelo incoerenti (non ho mai capito cosa, esattamente, dovevano insegnare), e comunque era ovvio che non si trattava della stessa religione. Dato che a quei tempi avevo una discreta autostima, sapevo che il problema era della Bibbia, non certo mio. Insomma smisi in fretta di occuparmi di quella roba, e mi dedicai alla mitologia greca che era assai più logica, e se non altro piena di sesso.
Però Dio è un pensiero che ha il suo fascino, diciamocelo. Mi piaceva parlare con Dio. Innanzitutto era un'ottima scusa per parlare da sola (sempre meglio di quella scemenza da nevrotici dell'amico immaginario); ma soprattutto, mi dava molto conforto l'idea che ci fosse qualcuno super interessato a me, a cui non dovevo spiegare alcunché dato che era già nella mia testa, e pure molto contento che io gli raccontassi ogni minimo dettaglio della mia banale vita.
Avevo un gran bisogno di esprimermi e mezzi ridotti per farlo; c'era qualcosa di enorme dentro di me, ma non capivo cosa fosse - un'anticipazione, un destino, un'idea rivoluzionaria, un talento? Non riuscivo a condividerlo con quei ritardati dei miei coetanei né a spiegarlo agli adulti. Avevo solo sette anni, dopotutto.
Poi accadde qualcosa di troppo brutto perché Dio lo permettesse, quindi il capitolo fu chiuso definitivamente.
Il bisogno di farsi ascoltare, per tirare fuori quella roba incredibilmente meravigliosa e potente che covavo dentro, però rimase. Provai a scrivere i miei pensieri in un diario, ma era l'apoteosi della noia. Scrivere era faticoso e monotono, e non c'era nemmeno un Dio a leggermi! Rassegnata, ripiegai sui libri, dato che in essi trovavo spesso un'eco della roba enorme e meravigliosa di cui sopra.
Ci vollero degli anni prima che scoprissi il magico mondo degli amici di penna. L'amico di penna è anche meglio di Dio, perché ti risponde! Ogni mese spedivo in giro una quantità esorbitante di pagine fitte di menate; scrivevo dei miei pensieri, e dei banali dettagli della mia noiosa vita da adolescente problematica, come se fossero degni di essere raccontati, come se in essi si trovasse il codice col quale decifrare il mistero di quella cosa meravigliosa e importante in cui risiedeva, era indubbio, il significato della mia vita.
Milan Kundera, in "L'insostenibile leggerezza dell'essere", scrive:
"Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere potremmo essere suddivisi in quattro categorie.
La prima categoria desidera lo sguardo un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico. [...] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti. Si tratta degli instancabili organizzatori di cocktail e di cene. Essi sono più felici delle persone della prima categoria le quali, quando perdono il pubblico, hanno la sensazione che nella sala della loro vita si siano spente le luci. Succede, una volta o l'altra, quasi a tutti. Le persone della seconda categoria, invece, quegli sguardi riescono a procurarseli sempre. [...] C'è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata. La loro condizione è pericolosa quanto quella degli appartenenti alla prima categoria. Una volta o l'altra gli occhi della persona amata si chiuderanno e nella sala ci sarà il buio. [...] E c'è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori."
"L'insostenibile leggerezza dell'essere" è un romanzo a tesi, in cui ogni personaggio è dimostrazione di una riflessione di questo tipo, anzi sembra creato da tali riflessioni. I "sognatori" sono, a scanso di equivoci, degli imbecilli; difficile provare simpatia per i personaggi che li rappresentano: figure di una debolezza repulsiva, che dedicano la loro esistenza a compiacere il giudizio immaginario di una figura immaginaria.
Dall'altra parte del blog ci sono tutti i tipi di sguardi. C'è il pubblico anonimo, c'è la cerchia di amici (virtuali), c'è la persona amata e c'è il Lettore Immaginario, il lettore totale, quello che capisce cosa esattamente pensi ed è straordinariamente interessato a quanto hai da raccontare.
Ci sono alcuni blog che esistono esclusivamente in funzione autobiografica. Non c'è in questi né umorismo né poesia: vi si assiste al contrario allo spettacolo, imbarazzante poiché incomprensibile, di persone che giorno dopo giorno raccontano nei minimi dettagli i loro viaggi per andare al lavoro, o cosa si sono portate nel cestino del pranzo, o l'ultimo aperitivo con le amiche o la cronaca della gita fuori porta - ma serissime eh, senza alcun intento di narrare altro che quello.
Non capisco chi legge, ma comprendo chi scrive. Scrivere ènominare, e nominare è dare vita; salvare dall'indistinto e dichiarare degno di memoria, degno di esistenza. Forse, così come l'incertezza di quest'epoca è riuscita a raggiungerci in ogni ambito del quotidiano fino a spingerci a barricarci dentro i nostri corpi, così l'insensatezza della nostra vita non si placa più "semplicemente" con una creazione (di se stessi, intesa come realizzazione personale/professionale; di altri - un figlio; artistica), ma è necessario nominare e nominare ancora tale creazione, descriverla, ricordarla, ripeterla, affinché il suo nome non si confonda nel brusio circostante.
Il disincanto e l'iper-razionalizzazione della civiltà lasciano scoperte vaste zone che ci affrettiamo a riempire con residui di pensiero magico (o infantile), che procede per simboli e allegorie. Nulla, per questo modo di pensare, è insignificante, poiché ogni dettaglio ha un corrispettivo nel disegno cosmico: il più stupido inconveniente accadutomi stamattina anticipa o esemplifica in modo diretto il mio destino complessivo. Il che significa, di conseguenza, che controllando gli stupidi inconvenienti riuscirò a controllare il mio destino; e narrando gli stupidi inconvenienti, nominandoli, dipanerò la matassa della mia insulsa vita.
Ho smesso di scrivere nel tentativo di sfuggire a questa logica, in un momento in cui ero troppo fragile per resisterle. Frequento un ambiente nuovo, abito in una casa nuova, lontano da famiglia e amici: i lettori di questo blog mi conoscono da più tempo di qualsiasi persona io frequenti faccia a faccia in questi giorni! Ed è ovvio che quando del tuo compleanno si ricordano prima e meglio gli amici virtuali - Milla, Francesco, Gualtiero... quanto mi avete fatta gongolare! grazie! - di quelli reali, il rischio di confondere i due piani è tangibile. Avrei potuto mettermi a raccontare i cazzi miei nell'inconsapevole (mica tanto) tentativo di dare dignità e significato alle mie sfighe, e ciò sarebbe stato non solo lesivo della mia dignità, ma ingiusto nei confronti di qualcuno e tremendamente noioso o fastidioso per tutti gli altri.
Insomma, queste erano le motivazioni della mia assenza e le riflessioni che ho fatto nel frattempo - cioè, una parte, che sennò facevo concorrenza a Suzukimaruti. Comunque ora sono quasi le sei del mattino, e probabilmente è l'insonnia ormai cronica a farmi straparlare. Ok, diciamo che come post-del-rientro può bastare!
di
Irene
alle
05:59
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mercoledì 24 ottobre 2007
il mio primo meme
Su insistenza di Orazio, eccomi qui a compilare il Radio Meme, per tornare al cazzeggio affinché nessuno si faccia venire strane idee in testa che qui si scrivano cose belle e sensate.
Radio, per me, significa adolescenza.
In casa mia non si ascoltava radio; mio padre aveva un centinaio di cassette di cui non era geloso, anzi, amava condividere la sua passione per la musica. Alan Parsons Project, Genesis, Dire Straits, Pink Floyd, cantautori italiani: ecco la colonna sonora della mia infanzia.
(ora invece c'è il blues inglese. da anni, mio padre ascolta blues inglese. bello eh, per carità. almeno si è stabilizzato: prima andava a periodi, con passioni dirompenti e intense, fortunatamente brevi. il periodo beatles è uno dei più virulenti, ma i giorni più soffocanti della mia vita domestica sono stati quelli in cui si era ricordato dei nomadi. i nomadi, ogni giorno, tutto il giorno, per settimane.)
Mia madre, quando finalmente suo marito spegneva quel maledetto stereo, ne aveva assai della musica; per lei la radio si ascoltava al lavoro, faceva compagnia e c'erano gli sceneggiati.
Primo incontro radiofonico: RockFM.
Era il 1998, e Karma Police era il Rock Shock della settimana, ossia veniva trasmesso ogni due ore. Il dj Roccia conduceva la trasmissione delle dediche, Max era ancora in consolle e sarebbe passato del tempo prima che si arrischiasse a condurre Ora buca, un'intera trasmissione tutta per sé (ora ha tre ore quotidiane), Claudia non riusciva a finire un Tour de Force (elenco dei concerti) senza impappinarsi, la sera c'era uno spin-off di Rumore, eccetera. Bellissima radio. Come dice il nome, solo ed esclusivamente musica rock: dal blues (again) al metal, dal cross-over all'indie, all'americana, a quel che passa il convento. Nei giorni festivi c'è una probabilità su cinque che sintonizzandosi a tradimento si becchi "The House of the Rising Sun" degli Animals - non chiedetemi il perché.
Questa è la radio di Eclettica, il programma di Giulio Caperdoni, l'unico che ascolti in podcast.
Primo anno di università, ovviamente non mi sono portata in pensionato lo stereo (tanto è vecchio e non funziona: riciclo quelli di mio padre). Ho una radio con lettore cd e cassetta, lo stesso che in questo momento, nove anni dopo, ho portato in questa casa. Ho comprato Scarp de' Tenis, perché sono di sinistra e studio sociologia; all'interno leggo di questo programma, "Alcatraz" di Diego Cugia, che mischia programma musicale a sceneggiato: il dj è un personaggio inventato dall'autore, Jack Folla, condannato a morte in un carcere americano, che ha ottenuto il permesso di condurre questo programma, in cui racconta la sua vita e mette la sua musica. Amore folle: per la voce di Pedersini, per il melodrammone, per la musica meravigliosa; potrei fare un lungo discorso su come il passo da Jack Folla a Beppe Grillo sia realmente brevissimo, ma mi fermo qui e dico solo che "Alcatraz" è il mio pass per il fantastico mondo di RadioDue; iniziando dalla notte risalgo per scoprire Dispenser, Alle otto della sera, Caterpillar, Il ruggito del coniglio. Gli ultimi due, però, sono successivi a questo primo incontro: c'era ancora una radio fondamentale da scoprire.
Radio Popolare, ovviamente. Ho vissuto un anno ascoltando Radio Popolare dal mattino alla sera, un'indigestione che fa sì che ora sia quella su cui mi è più difficile sintonizzarmi. Radio Popolare è un circuito di radio con alcuni programmi in comune; è marcatamente di sinistra, marcatamente intelligente, marcatamente divertente. I live dell'Auditorium sono quasi sempre inascoltabili, il Telefono aperto rivela inaspettato pubblico leghista, il programma sulla musica folk - che è quello su cui incoccio ogni domenica, rientrando a Milano dopo il weekend - è spilli nelle orecchie. Le mie vicine di piano si svegliano sentendomi ridere, ogni mattina, con Sansone. Bellissimo periodo.
Vengo traviata da una vicina di piano fricchettona e ascolto per un po' anche LifeGate. Dopo l'overdose di parole di Radio Popolare, Life Gate è un paradiso: musica tranquillissima e nessuno che apre bocca, nemmeno una pubblicità di arredi etnici, niente! Infatti la abbandono presto.
E ora? Le prime tre resistono. In particolare, le radio domestiche sono sintonizzate di default su RockFM.
Mi chiedo a quanto riusciranno a resistere davanti a LastFm, ma anche no perché ho sonno.
P.S. Il sonno, appunto. Lo dicevo io, che m'ero dimenticata qualcosa...
Bisogna passare il meme - ah, che emozione raddoppiata!
Vediamo a chi posso passarlo senza rischiare una fucilata... Io direi a Fiodor (che ne darà un'interpretazione tutta sua, come sempre!), a Oscaruzzo (che ascolta tante canzoni) e a spineless (che è un po' che non lo sento, ne approfitto).
Buona giornata miei cari!
di
Irene
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01:11
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venerdì 12 ottobre 2007
addicted to Blogger
70%How Addicted to Blogging Are You?
L'ultima domanda del test qui sopra è stata terribilmente significativa:
"When this quiz is over, do you plan on blogging about your blogging addiction?"
Che io passi troppo tempo su internet, è indubbio. Non riesco a evitarlo, se sono in casa: quindi, in questo periodo in cui non ho impegni fissi, tornerò a studiare in biblioteca. Questa settimana ho davvero esagerato, sia per recuperare (un mese senza connessione è decisamente TROPPO, figlioli), sia per questa cosa del cambio di blog.
Com'è Blogger?
Semplice. Esageratamente semplice. Questa roba qui a lato, lo dico per gli splinderiani, non l'ho inserita modificando il template in "html" (see), ma riempiendo degli "elementi", gia differenziati a seconda dell'intento (testo, html, link ecc); disarmante. Comodissimo.
Tipo i widgets di wordpress.com, che era la piattaforma che avevo inizialmente scelto; ma mi fatto impazzire, da spaccare lo schermo a craniate. Ho perso delle ore cercando di fare questa cosa: un delirio senza pari. Giuro, ci ho provato.
Quindi ho abbandonato l'idea di importare i post, e mi sono dedicata a creare un blog nuovo; oh, sarà stata giornata, ma niente da fare. I template erano pochissimi, non modificabili, o forse sì modificabili ma con conoscenze esoteriche; i widgets non funzionavano; ho provato a creare una pagina apposta per il blogroll, come spiega qui Isadora, ma Bloglines mi ha tirato il pacco (caruccia la versione beta, eh, solo che ormai sono Google-addicted...).
Stavo smanettando da dieci ore senza venire a capo di nulla; ma dato che per le cose inutili divento veramente testarda, non potevo rassegnarmi a finire la giornata senza avere raggiunto il mio scopo. Quindi, come suggerito da una voce amica, sono entrata in Blogger e via.
Ora ne vorrei approfittare per porre a voi qualche domanda di cose che non capisco, ma è tardi e me le sono dimenticate tutte, tranne:
- come si mette una favicon? io l'ho creata, ma né imageshack né allyoucanupload me la lasciano caricare, per via del formato .ico;
- come si integrano le tags di technorati alle normali etichette/categorie dei post?
- come funziona googlepages?
- perché tutti usano gtalk che fa veramente schifo? (ah, no, questa non c'entra...)
(seguirà)
Buonanotte cari!
di
Irene
alle
01:19
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martedì 9 ottobre 2007
si ricomincia dalla fine...
Mi sono resa conto che questo blog esiste da un anno e una settimana.
Me ne sono resa conto dopo un paio di giorno dall'anniversario, quindi niente festa.
Ovviamente davanti a una ricorrenza come questa, è tempo di bilancio.
Bene, io sono molto contenta di questo blog. Da molti punti di vista.
E' il mio veicolo per entrare in un mondo di discussioni, spiritosaggini, riflessioni e quant'altro che mi ha innamorata fin dall'inizio. E' letto da poche persone, ma splendide: ogni volta che l'utente X, con la crapa che c'ha, passa a leggere il mio post, addirittura mi lascia una frase di commento, divento tutta rossa e gongolante e penso che sì, chissà, forse davvero ho scritto qualcosa di carino.
E' anche il mio veicolo per entrare nel magico mondo del web 2.0 e capirne le opportunità. Non sarò mai una geek, non fosse altro che perché me ne mancano le capacità, ma gli strumenti di comunicazione e di condivisione che sto sperimentando in questa dimensione inevitabilmente influenzano il mio modo di pensare il presente e di immaginare modalità di osservarlo e magari comprenderlo.
E' infine lo sfogo della mia incerta, mediata manualità, o meglio del mio maniacale, pignolo perfezionismo: la soddisfazione che ho provato a modificare la grandezza della colonna centrale del template, o a mettere un link sotto un'immagine, io che fino a un anno fa mi ritenevo un'utente PRO perché usavo ctrl+c invece del tasto destro del mouse, beh queste soddisfazioni non ve le posso nemmeno spiegare.
Questo blog mi piace un sacco. Davvero.
Una decina di giorni fa Blogbabel ha cambiato i suoi criteri di "misurazione" dei blog; si sono rivoluzionate le classifiche (il che basterebbe a mostrare quanto siano aleatorie), e il risultato per quanto mi riguarda è che questo blog si piazza tra i primi 550 tra quelli registrati (che sono quasi 9700, per inciso).
Che dire, è un successone di pubblico e di critica!
Infatti è già tempo di ricominciare da capo.
Il problema principale, ovviamente, è Splinder.
Splinder che è in manutenzione almeno una volta alla settimana, che non mi lascia caricare le immagini dal pc, che non mi consente di pubblicare video - ma soprattutto, soprattutto, che non mi consente di salvare le bozze.
Splinder che verso l'inizio di settembre è impazzito: per qualche giorno ha attribuito date a casaccio e infine mi ha cambiato il template, ingrandendo caratteri a muzzo, senza che io potessi porvi rimedio.
Ora, io non sono né calma né menefreghista, però, abituata a vivere nel disordine mentale e fisico, passo sopra a molte più cose di quanto il mio carattere irascibile permetterebbe. Ma quando qualcosa riesce a oltrepassare la nebbia della mia confusione e mi punge, io divento una belva. Una parte del mio cervello bacato, negli ultimi 15 giorni, ha continuato a macinare incazzatura fino a convincermi ad abbandonare Splinder: abbandonare questo blog.
Un altro motivo, più importante e più antico, riguarda la questione del nome.
L'estate scorsa avevo aperto uno spazio privato su msn (accessibile solo agli amici) che usavo realmente come sfogo delle mie pene d'amore. Bella cosa, eh; ma le pene d'amore invecchiano male, e in breve il pozzo della mia disperazione era diventato involontariamente ridicolo. Morta lì.
Però l'esperimento mi aveva fatto riflettere. L'idea del diario personale poneva numerosi problemi, anche solo di carattere pratico: dato che in internet giro da 10 anni, e che intorno a internet gira buona parte della mia vita personale (conoscenze, amicizie, amori), se volevo continuare a raccontare di me in quel modo nuovo dovevo in primo luogo tutelare tali relazioni (per una questione di tatto, rispetto, urbanità, quello che volete), scegliendo uno stile di scrittura "leggero", filtrando i contenuti eccetera; ma, per iniziare, mi dovevo accertare di "nascondere" non tanto la mia identità reale, ma soprattutto quell'altra virtuale.
In realtà ora mi sembra di aver esagerato con le precauzioni, come se tutti mi fossero addosso. Ma, anche se il paragone è lontano anni luce dalla mia situazione, mi sembra che la vicenda di Lia possa dimostrare come le cose più "e che sarà mai" a cui si cede - per fare chiarezza, per amore del racconto, anche solo per distrazione - hanno tutte in sé un potenziale nucleo di disastro termonucleare.
Perché "la spostata"? Perché coglie un aspetto di me, quello realmente weird e giusto al limite tra la buffa eccentricità e la pericolosa follia. Perché così aveva preso a chiamarmi/insultarmi un amico, e mi faceva tanto ridere che fin da subito ho pensato potesse diventare il nome di questo blog. Il sottotitolo iniziale era "un'adorabile sociopatica", dato che ignoravo l'esistenza di una sociopatica blogstar; così è diventato "un'adorabile stronza", finché ho deciso che io, stronza, non volevo mica esserlo, e in fondo non lo sono poi così tanto.
Ma ormai questo nick mi sta stretto. Il blog, dove racconto scene di vita quotidiana (non per forza vere, ovviamente, e non per forza mie...), così personale nel modo e nel fine, si presta meno a questo tipo di nickname. Ehi, io sono a favore di nick, pseudonimi, personalità multiple, identità fluide e quant'altro, per il mio personale vissuto e come generale teoria del soggetto; infatti, non mi spoglio di un'identità virtuale per il desiderio di assumerne una reale, ma per assumerne un'altra, sempre necessariamente costruita, che semplicemente trovo più adatta al contesto.
Il mio nuovo nickname non sarà altro che il mio nome.
Ciao, mi chiamo Irene.
E questo è il mio nuovo blog.
Ci vediamo lì, da me.
di
Irene
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