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giovedì 2 giugno 2011

l'indispensabile post sulle elezioni

La mia scheda elettorale era immacolata. Grazie al cazzo, ho cambiato residenza l'anno scorso - no, non è per questo. In realtà io non voto; cioè, non votavo.

Non voto - cioè, non votavo - perché non credo nella democrazia. Non penso che sia un sistema che garantisca sufficiente giustizia e libertà, per cui ho sempre cercato di pensare, parlare e discutere un'alternativa. La chiamerei anarchia se non fossi intimidita dalla parola, e se volessi chiamarla.

Scendendo a terra, non votavo perché prendevo sul serio il voto. Il voto è una delega incondizionata, senza possibilità di ritiro, ripensamento o controllo, della propria libertà di scelta e della propria voce, a un'altra persona. Equivale al dichiararsi incapaci di intendere e volere e di affidare - nell'ultimo, isolato guizzo di consapevolezza prima del declino nella demenza totale - ogni decisione sulla propria esistenza politica e, in gran parte, sociale, a un altro individuo.
È un po’ la differenza tra guardare una bistecca e vedere un secondo, o vedere un pezzo di cadavere. Può succedere che qualcosa faccia clic e tu non vedrai mai più del cibo, vedrai solo un pezzo di cadavere; e molti se ne offenderanno e molti non ci crederanno, ma tu vedi un pezzo di cadavere e ti fa anche un po’ schifo, e proprio non te la senti di mangiare una roba del genere.

Una volta ho votato - anzi, due: un’elezione amministrativa e una politica. Era perché, sapete, bisognava fermare Berlusconi. Non riesco a ricordare quando né come, ma sono ragionevolmente certa che in nessuno dei due casi i miei candidati sono andati al governo.
Se non altro, sono felice di essere abbastanza giovane da non aver votato il governo che ha bombardato la Serbia. Mi sono già sentita abbastanza colpevole e complice di quell’infamia senza dover sopportare il pensiero di aver messo per iscritto il permesso di uccidere della gente in mio nome.

Poi, niente, quest’anno ho votato per Pisapia.
Ci ho pensato molto, e mi sono decisa a farlo perché non sto facendo nient’altro. Anni fa facevo politica: m’informavo, leggevo, discutevo; preparavo il cambiamento con la riflessione e la pratica, con l’esempio e la militanza. Da anni non faccio nulla di tutto ciò; se qualcuno mi chiede cosa ne penso, allora rispondo, ma è proprio il mio massimo. Non manifesto, non occupo, non so più dove sono girata, non me ne frega nulla; addirittura mi capita di comprare Nestlè.
Ogni tanto ho dei moti di indignazione, ma nel vuoto siderale della mia testa non c’è abbastanza ossigeno per un cerino, figurarsi per il fuoco della passione politica.

Ho pensato che, senza questo tipo di coinvolgimento, i discorsi di cui sopra non sono anarchia, non sono alternativa: sono solo apatia. E dato che la mia libertà e la mia voce non le uso per fare nulla, non mi servono più, posso ben barattarle con il rassicurante senso del dovere democratico.

Sono contenta che abbia vinto Pisapia. Ho letto il suo programma e mi è piaciuto. Ho dato il mio voto per una donna di Sel che mi sembra competente e seria, e sono soddisfatta della scelta.

Non sono andata in piazza. Sono contenta che ci siate andati, e che siate stati bene; ho visto delle foto, dei grandi sorrisi, e vedere tanta gente tutta contenta non può che far sorridere. Ma non comprendo in pieno il motivo che vi ha spinti ad andare in piazza a festeggiare.
Cerco da una ventina di minuti le frasi per spiegare quanto mi siete sembrati strani, ma non è facile e non credo di riuscirci.

Molti hanno linkato questa vignetta di Makkoz, ma io non la capisco. Chi ha vinto cosa? Ciò che è successo dipende da me, da te? Siamo andati sui monti a guerreggiare contro l’invasore? Abbiamo occupato la fabbrica mettendo in ginocchio il signor padrone? Abbiamo fatto la rivoluzione impadronendoci del Palazzo d’Inverno? Non abbiamo fatto un cazzo, se non aspettare che anche “loro” si stancassero e venissero nel nostro carruggio, non si sa quanti per convinzione e quanti per disperazione.
Niente, continuo a provarci ma non riesco a trovare le parole. Sopravviveremo, suppongo.

Bon, tutto è bene quel che finisce bene. Come al solito non so come finire, quindi me la cavo con l’immancabile canzone.

lunedì 4 maggio 2009

sprecati

Voglio sottolineare una cosa a cui tengo potrà sembrare banale. Ma i ragazzi che hanno visto non hanno proprio fatto nulla siamo state noi, sei ragazze, che abbiamo preso in mano la situazione per aiutare lei. Non voglio fare l'eroina. Ma c'era gente che rideva vedendo loro due. Anche noi, è vero non abbiamo realizzato subito. Lei stava male era priva di sensi pensavamo la stesse aiutando. Quando piano piano ci siamo avvicinate.
E' stato bruttissimo e se non fosse stato per la polizia a quest'ora quella merda di uomo sarebbe ancora in giro.
A me non interessa se sia di un altro paese. Le violenze avvengono anche nelle nostre mura mi ha schifata la gente che andava a caso per picchiare. Per puro divertimento e sfogo delle frustrazioni che hanno dentro. Vigliacchi e basta artefici con le loro mani di tutta questa merda. Loro e lui. Di violenze, aggressioni... portano contenti in mano una busta e l'altra pronta con le schede... Gente strafatta senza un senso, una morale. Per non parlare delle amiche della ragazza che hanno dubitato fino alla fine del fatto espressamente accaduto. Mi fa schifo pensare che noi giovani che abbiamo in pugno il mondo non sappiamo trovare i mezzi per gestirlo. Dove cazzo finiremo ?
Portandoti con te una violenza del genere cosa mai potrai pensare? Di chi ti fidi poi?
Mi piange il cuore per la ragazza ma per noi ragazzi giovani giovanissimi che ci stiamo perdendo cosi, sprecati. Mi piange il cuore credere che non ci sia bene nemmeno per noi stessi.


Anonima, su http://lombardia.indymedia.org/node/17089?page=1

domenica 3 maggio 2009

MayDay, mutanti urbani e gente stronza

Se scrivo, è solo perché non vedo da nessun'altra parte la stessa cosa che vorrei scrivere io, già scritta e quindi sicuramente scritta meglio.
Passano notizie, commenti, fatti, e mi ritrovo a esclamare cose, che sono sempre da sola a pensare, almeno nella cerchia blogosferica/internettiana che conosco (che non è nemmeno tanto ristretta, visto le ore che perdo a leggervi tutti). Sono le volte che penso: beh, è un peccato non scriverci un post, su questa cosa. Di solito vince il partito "che sbatta" e non se ne fa niente, ma oggi ho studiato abbastanza e voglio premiarmi.

Sono abbastanza vecchia da aver visto nascere il movimento Chainworkers, San Precario e tutto l'ambaradàn. E' un movimento per cui ho subito avuto simpatia, perché mi sembrava che davvero fosse l'unico in grado di cogliere un disagio del mondo del lavoro che nessuna organizzazione sindacale e nessun partito voleva vedere e affrontare, coglierlo e interpretarlo secondo coordinate e parole nuove. Il precariato è una condizione trasversale ma che ha il potere di evidenziare, come nel famoso liquido di contrasto che vedo sempre nei telefilm stupidi che piacciono a me, condizioni socioeconomiche di base che attengono alla sfera culturale di un paese: l'essere donna, l'essere straniero, l'essere transessuale, ma anche questioni come le periferie urbane, l'abbandono scolastico, condizioni famigliari non previste (cioè in pratica tutte: madri sole, conviventi invisibili, padri divorziati ecc). Mi piacevano le loro tattiche di lotta, il loro sforzo per inventare nuovi metodi che non fossero quelli creati per altri lavoratori e interdetti ai nuovi: sabotaggi, subvertising, uso creativo e intelligente della rete (vedi Molleindustria) eccetera.

Non ero mai andata a una MayDay Parade, però, fino all'anno scorso. Devo dire che è l'unica manifestazione a cui mi sono realmente divertita, ultimamente - anche perché l'ho guardata da fuori ridendo come un'idiota della gente assurda che passava. Sì, voglio dire, è difficile diciamo identificarsi, o anche solo fare un ragionamento di carattere politico di un corteo come quello, composto per il 50% (voglio essere generosa) da stonati totali che si dimenano in gruppo dietro a camion che non appartengono né a movimenti né a centri sociali, privi di qualunque striscione o simbolo di appartenenza, e che dai volantini che lanciano sembrano appartenere a locali e discoteche dell'hinterland. Infatti buona parte della musica che si sente è l'house duro e puro di Rozzano, e le facce (i muscoli, gli occhiali, le canottiere, le panze) sono quelle lì.
Rispetto all'anno scorso, quest'anno la percentuale di discotecari sembrava pure aumentata, il numero di striscioni ridotto all'osso, sempre meno sigle e associazioni. Certo, c'era il carro degli organizzatori, il risciò di Serpica Naro (...), il camion degli intellettuali (studenti e precari della ricerca), un gruppetto sfigatissimo di precari dei call center dietro a un Doblò, un centro sociale, militanti vecchi di sigle ottocentesche, sindacati di base, un'associazione di inquilini di case occupate (?), apparentemente degli squatters. Ma era poca la gente che radunavano, minimo il loro impatto: è stato letto il comunicato stampa diffuso nei giorni precedenti, ridotti all'osso gli slogan e i cori (il grado zero, per dire).
Si ballava.
Si ballava e si ballava, si beveva come otri e ci si stonava come campane.

In un'atmosfera di stanchezza come non ne ricordo. Non c'era allegria, non c'era gioioso cazzeggio, non c'era ggiovane rabbia felice di essere tale, non c'era vitalico sfogo contro il mondo brutto e cattivo: non c'era nulla, tranne il ballo.
C'erano i discotecari truzzi, il cui comportamento meriterebbe sul serio di essere studiato dai miei colleghi. La cosa che più mi affascina sono i loro criteri estetici. I ragazzi palestrati, oliati, tirati fino a strapparsi, mezzi nudi, si piacciono a tal punto che vorrebbero leccarsi. Ballano con tutto il corpo, sottolineando ogni parte del loro amato corpo, ancheggiando, rivolti esclusivamente al dj e ai loro amici - ballano da soli o per i loro compagni. Le ragazze impresentabili: panza di fuori, sgraziate, volgari, sembrano ballare non per piacere ma per dovere, per cercare l'attenzione dei maschi, per meritare un loro sguardo - sguardo che raramente, molto raramente ricevono.
Con la musica ipnotica i ballerini cambiano: molto più stonati, molto più puzzolenti, potremmo dire più "alternativi" o anche semplicemente appena scappati dal manicomio. I ragazzi stanno dietro il camion, cercando di fottere con gli altoparlanti; le ragazze cercano di mettersi tra loro e gli altoparlanti per avere la loro dose di movimento pelvico, ma la loro presenza o assenza non sembra venire particolarmente notata.
Intorno a piazza Cordusio si poteva fare un conto dei feriti in battaglia: un paio d'ore di birra a 1,50€, vodka a 3€ e droghe in quantità inimmaginabili aveva trasformato i manifestanti in fabbriche di urina e vomito. I vigili erano appostati nei vicoli, per evitare che gli animali cagassero per strada - dopotutto è pur sempre il centro di Milano, che diamine. Intorno a Lanza già c'erano un paio di tizi sdraiati sui marciapiedi, e di quello che c'era a Parco Sempione sarebbe stato bello non dover parlare.

Sì, sono arrivata al motivo del post, eccomi qui.
Questo blog è a favore delle droghe, dell'abbassamento dell'inibizione e dell'apertura delle porte della percezione. Ballare stonati come cammelli è una cosa molto divertente, prendere sostanze che rendano felici è una cosa molto bella. Autodistruggersi è un'altra cosa - questo blog è anche a favore dell'autodistruzione, ma non è questo il punto; autodistruggersi è contrario a ballare in compagnia, perché si balla in compagnia di amici, e gli amici solitamente sono lì per evitarci di stare male.
Così, quando vedo una persona che sta male, una persona che non si regge in piedi, che sviene su un'aiuola, che si vomita sulle scarpe, mi chiedo: dove sono i suoi amici? Perché non sono con lui, perché non lo stanno aiutando?
Non lo aiutano perché va bene quella cosa, va bene stare male, bere fino a vomitare, prendere droghe fino a crollare svenuti. Va bene, fa parte della festa, fa parte dell'essere alternativi, fa parte del divertimento. Va bene stare da soli, va bene che i tuoi amici se ne battano il belino di dove sei e come stai, perché cioè siamo sgamati, siamo gente di strada, siamo giovani scapestrati e liberi, mica dobbiamo stare qui a farti da balia no? Se non sei in grado, meglio che impari in fretta. E poi cioè, hai presente quante storie simpatiche potrai raccontare di quella volta che eri così fatto che non sapevi nemmeno parlare e hai beccato quei tipi oh troppo fuori che stavano messi peggio di te e uno aveva un bottiglione che non ci crederai siamo stati lì in mezzo a tutta la gente che passava e a un certo punto un cane tra un po' mi pisciava addosso, oh pazzesco, ti giuro manco me ne stavo accorgendo, abbiamo riso per delle ore non riuscivamo a smettere, poi siamo andati insieme a cercare sigarette e oh le figure di merda, come ci guardavano tutti, poi non ricordo mi sono steso da qualche parte e al risveglio ho cercato gli altri, i bastardoni manco uno squillo eh, e niente, siamo tornati, che il viaggio è stata un'altra avventura che poi ti racconto, comunque l'anno prossimo devi troppo venire anche te.

Quando ieri sera ho letto la notizia dello stupro di una ragazza al Parco Sempione, alla fine del corteo, non ho potuto evitare di pensare che magari quella ragazza l'avevo pure vista. Poteva essere la bionda, quella che cercava di alzarsi ma continuava a cadere a faccia in giù vicino al cespuglio - il cespuglio dove la gente andava a pisciare, e per entrarci camminava vicino alla sua testa, completamente incurante. Dov'erano i suoi amici? Non saprei, forse appena più in là. A un certo punto un signore l'ha aiutata a sollevarsi e l'ha messa a sedere su una panchina, almeno lì non rischiava di farsi calpestare. Ma lei stava troppo male, seduta non sembrava starci bene, quando siamo tornati a guardare dalla sua parte era già in piedi, con le braccia intorno allo stomaco, che si stava incamminando non so verso dove.

Oggi le Femministe a Sud hanno pubblicato un post sul comunicato rilasciato dagli organizzatori della MayDay, che ovviamente vi invito a leggere qui. Ne cito due brani:
Questo ci sembra uno dei nostri problemi: la quasi totale assenza di riflessione su violenze e sessismo che sono certamente dentro o attraversano i nostri spazi durante occasioni in cui l'adesione al motivo politico che le caratterizza spesso non è esattamente la caratteristica centrale di chi vi partecipa. Se non si riflette su ciò che avviene nei "nostri" spazi non si può certo cogliere con chiarezza l'entità del problema all'esterno.
(...)
Ogni luogo, ogni centro sociale, ogni spazio si interroghi e chieda alle compagne se si sentono davvero “libere”, se subiscono o meno atti sessisti, se il machismo è gradito o no, se non va rimesso in discussione un particolare modello di mascolinità a partire dai luoghi che frequentiamo. Ognun@ ha il dovere di fare diventare la violenza maschile contro le donne una priorità politica tanto quanto la Palestina, i migranti, il lavoro, il fascismo e tutto quello che ci/vi interessa. Non sono cose di donne. Sono cose che interessano tutte e tutti.


Non solo non c'è riflessione su violenza e sessismo: non c'è riflessione sulla solidarietà tra "compagni", compagni di manifestazione, di lotta, di corteo, di viaggio in treno, di occupazione. Ho sempre visto, nei centri sociali, questa freddezza, questa stronzaggine estrema. Luoghi chiusi, ermeticamente chiusi, nei quali se non conosci il capobranco, se non ti fai vedere spalla a spalla con quelli giusti, puoi abbandonare la speranza di essere accettato. Luoghi senza gentilezza, senza umanità; luoghi che ho abbandonato perché ho sempre pensato che se non sei capace di guardarmi negli occhi e sorridermi quando ti sto davanti, se non sei capace di essere accogliente con il prossimo, non posso credere che tu sia capace di solidarizzare davvero con i popoli sfigati dall'altra parte del mondo, o i migranti della tua città, o gli operai del quartiere vicino. Non ci credo, mi spiace.

E c'è un'altra questione, altrettanto importante. Quegli altri ragazzi, i discotecari, quelli che dal punto di vista dei militanti si sono "imbucati" nella festa dei precari, i truzzoni delle periferie: quei ragazzi, chi sono? Erano tantissimi, sono tantissimi, sono senz'altro la maggioranza dei ragazzi della loro generazione: chi diamine sono? Perché non frega a nessuno di loro? Non ai sociologi, che li snobbano perché non sono abbastanza marginalizzati da rendere cool occuparsi di loro, e non sono abbastanza indie perché sia cool riconoscersi in loro; non ai militanti, che li snobbano perché ignoranti e berlusconiani, massa senza cervello plasmata dalla televisione; non agli intellettuali, che cantano e filmano sfigati scoliotici e creativi, o miserabili dalle vite tragiche; non a noi, i blogosferici, perché non stanno nel web 2.0 e chi non sta nel web 2.0 è come se non esistesse; chi mai si occuperà di loro?
C'è qualcuno che sa cosa provano, di cosa hanno paura, cosa desiderano, come passano le giornate? C'è qualcuno che tiene a loro, che tenta di raggiungerli e di comprenderli?
Penso che la risposta sia "no". E ciò mi addolora e mi spaventa. Una generazione abbandonata, che cresce come può, da sola, e con cui non potremo per molto tempo ancora fingere di non avere nulla a che fare.


(questo post non sarebbe stato possibile senza il farmacista di fiducia di John Congleton, che ringraziamo)

lunedì 9 febbraio 2009

ha fatto bene?

Arrivando via aereo in alcuni paesi, poco prima dell’atterraggio, le hostess consegnano ai passeggeri un modulo da compilare e consegnare poi a un qualche ufficio doganale. È una roba che per sfacciata idiozia gareggia solo con il nostro famoso test dei tre giorni, vantando domande del tipo “stai per caso trasportando con te dei veleni?”. Chiunque pensa: va beh, ma anche se fosse non è che te lo dico, ti pare?
Invece evidentemente sì. A quanto pare ciò che vogliamo fare è questo: DIRGLIELO.
Ora, no, tranquilli, non è un post sulla privacy, il controllo sociale, Google e i social network - il collegamento è ridondante. Stavo pensando a qualcos’altro.

La radio di cui sotto ha un intermezzo di “news”, e giuro che niente in questa settimana mi ha sconvolto di più, nemmeno le dichiarazioni di Berlusconi sull’attività mestruale della Englaro. Prima notizia: un ministro britannico esorta i suoi concittadini a darsi al ballo per scongiurare la piaga dell’obesità. Seconda notizia: intellettuali cattolici firmano una petizione a difesa di Eluana. Terza: nonostante ci siano delle irregolarità amministrative, la clinica di Udine non interromperà la procedura. Davanti a tale inaspettata faziosità la mente ha vacillato, e in quella vertigine potrei essermi persa un’altra notizia, forse due. Ultima notizia: la polizia difende il guidatore ubriaco, di nazionalità romena, che ieri ha investito e ucciso un uomo, dalla folla che voleva linciarlo. Ha fatto bene? Rispondete mandando un sms: i risultati del sondaggio saranno pubblicati domani da City, il freepress che trovate eccetera.

Ha fatto bene?

Ha fatto bene? Ascoltatore di una radio che s’intende rivolta ad amanti di un genere musicale un tempo considerato “sovversivo”, espressione di valori del tipo sesso=buono, droga=molto buono, scappare da questo posto di merda=ancora più buono, e immagina che bello se non ci fossero nazioni né religioni, in ogni caso la risposta soffia nel vento - ascoltatore, dimmi, secondo te quei poliziotti hanno fatto proprio bene bene a difendere un uomo dall’essere linciato, o potevano farsi anche un po’ i cazzi loro?

E nel caso secondo te avessero dovuto lasciare quella merda d’uomo, quell’ubriacone immigrato clandestino molto probabilmente stupratore e di certo con una notevole percentuale di sangue zingaro (o per lo meno ebreo), dicevamo, lasciare quel bastardo assassino alle unghie e ai sassi dei passanti: diccelo. Mandaci un sms. Mandaci una mail. Chiama in trasmissione all’ottonovenove. Unisciti al gruppo su Facebook, commenta la notizia nel forum dei lettori del Corriere.

Poterti smembrare coi denti e le mani/ Sapere i tuoi occhi bevuti dai cani.

La settimana scorsa s’è parlato della valanga di mail che la parlamentare dei Radicali, Rita Bernardini, ha ricevuto dopo aver fatto visita in carcere, in quanto membro di “Nessuno tocchi Caino”, agli imputati dello stupro di Guidonia. fai veramente schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti scopa nessuno troia del cazzo, ti auguro pure che ti venga un tumore al cervello (se possibile visto che materia grigia non ne hai molta), e che te ne vada quanto prima tra atroci sofferenze, pregheremo tutti perchè tu muoia. Spero tanto che un Rumeno ti stupri a morte la figlia. a te piacerebbe non poco essere violentata da sei rumani, lurida che non sei altro, peccato che cesso come sei nemmeno i rumeni ti sfiorerebbero! Se qualcuno avesse lo stomaco di stuprare un rospo come te, vado personalmente a complimentarmi per il coraggio!!! "Bernardini "che si interroga sul maltrattamento delle " bestie stupratori" di Guidogna..dovrebbe subire PARI STUPRO ai danni di un suo caro (a lei no pearchè potrebbe essere oggetto di piacere)..
Lo stupro nella doppia funzione di punizione e di dono. Sei una donna, quindi se ti devo augurare un male penso “ti stuprassero”. M’indigno per lo stupro di una donna e quest’indignazione la esprimo augurando a un’altra donna di subire la stessa sorte; la verità è che non me ne importa una sega di quella donna (la prima), né penso che lo stupro in sé sia particolarmente grave, è QUELLO stupro (il primo) che non mi va giù, e il motivo è squisitamente antropologico: degli stranieri hanno rubato ciò che è mio, mi sono entrati in casa e hanno cagato sul mio letto, ed è questa e solo questa la violazione a cui reagisco.
Va beh, ma queste cose le dice molto meglio di me FikaSicula, quindi abbonatevi al feed del suo blog e perdonatemi per questo sfogo. Sto parlando della parlamentare per un’altra ragione che non è la fenomenologia dell’italico stupro: per il fatto che le mail siano firmate.

Di questa faccenda non riesco proprio a liberarmi. Il nome e cognome, le foto del profilo. “crepa puttana di merda”: non è un pensiero di cui mi vergogno, che mi compare sullo schermo mentale all’improvviso e che subito reprimo. No, rivendico il mio odio, la mio violenza: ci metto la firma, ci metto nome e cognome, lo dico a tutti, inoltro agli amici la mail di insulti e minacce che ti ho scritto, invito i miei colleghi ad aderire alla mia azione, e ne parlerò stasera in famiglia. Sputare così, senza alcuna esitazione, sul contratto sociale, sulla mediazione dello stato tra lupo e lupo, sulla concezione moderna del reato come ferita inflitta alla società e non come questione privata e della punizione come risarcimento sociale e non come vendetta personale.
È come se la società avesse perso ogni funzione e ogni realtà. Perché stiamo ancora insieme, se non riconosciamo più alcuna utilità, alcuna rappresentatività alla forma sociale - lo Stato nazionale democratico - che negli ultimi secoli ha dato forma alla nostra esperienza del vivere comune?
Non è un problema di globalizzazione. Io rigetto le soluzioni cosmopolitiche, alla Beck, al tramonto dello Stato nazionale; non penso che la soluzione sia semplicemente allargare lo stampino mettendoci dentro una porzione di territorio più vasto. La nostra cittadinanza è fondata sull’esclusione (dei non-cittadini, of course) e inevitabilmente eliminando quell’esclusione elimineremo la cittadinanza; la nostra democrazia è modellata sulla nazione, ed eliminando la nazione elimineremo la democrazia; eccetera. Questi erano problemi di cui si è dibattuto alla nausea quando era in voga il comunitarismo, mentre ora che di moda è il cosmopolitismo non ne parla più nessuno. Ma il maledetto Stato ci si sta disintegrando sotto gli occhi, si stanno disintegrando le premesse normative e morali del vivere sociale. Io vedo soltanto persone (e movimenti) che rifiutano la società, a partire dalle posizioni più diverse: tecno-utopie di individualismi connessi in rete, integralismi teocratici, post-fascismo, senza dimenticare le nostre care orde di xenofobi tarantolati. Molti, moltissimi di coloro che invece difendono la forma tradizionale dello Stato, con le sue istituzioni, mi sembrano farlo per un riflesso condizionato, per un automatismo dettato niente più che dalla percezione della propria posizione in un gioco di contrapposizioni che intende la politica come scelta tra vasca e doccia.

Mi sa che mi sono fatta prendere la mano, eh? Diciamo pure che se passerà di qui qualcuno a spiegarmi che ho scritto solo grosse e fragorose cazzate ne sarò molto contenta, dato che ora sono solo molto preoccupata. Ma non perché lo Stato o la democrazia mi piacessero, bensì perché non mi sembra che abbiamo raggiunto uno stadio di evoluzione (politica, filosofica, e personale, e spirituale, o addirittura biologica) per cui il passaggio a un’altra forma di organizzazione sociale si configuri come una liberazione. A me, ora, sembra portare solo caos e barbarie: violenza privata e pubblica, annichilimento dell’altro, discrezionalità di ciò che chiamavamo “diritti”, insomma l’annullamento delle conquiste sociali dello step precedente in nessun modo compensate da altre (maggiori o diverse) conquiste.

Oh beh, sì: buon lunedì anche a voi.

domenica 14 dicembre 2008

texas chainsaw massacre

L'università, dicevo.
I tagli sono sbagliati, questo penso sia evidente. I cambiamenti si fanno con gli investimenti, non con i tagli. Con cambiamenti generazionali, riforme amministrative, riforme della didattica, democratizzazione degli organismi decisionali interni agli atenei, apertura all'estero/esterno, la valutazione e la qualità. Se togli le risorse, hai voglia a dire che sopravviveranno solo i migliori: sopravviveranno i più adatti, che nel sistema attuale significa semplicemente i più raccomandati e i più mafiosi.
E' altrettanto evidente il disegno di svalutazione e di riduzione dell'istruzione pubblica, così tout court, a favore di una privatizzazione del comparto scolastico e dell'alta formazione. Che di nuovo, chissà se è di per sé un male; ma in questo Paese, significherebbe semplicemente istruzione per ricchi e ignoranza per poveri, tutto qui.

D'altro canto, l'università è già per ricchi. Non conosco ragazzi che siano riusciti a concludere il proprio percorso universitario senza un pesante contributo dei genitori - anche chi era beneficiario di borse e altri aiuti. Nessuna borsa di studio può mantenerti. E se inizi a lavorare - non per comprarti l'ipod o andare ai concerti, ma per pagare l'affitto e la spesa - abbandonerai presto l'università, è chiaro. I sostenitori dei tagli parlano di rendere competitivi gli atenei; ma a l'unico criterio a cui pensano le famiglie è la vicinanza dall'abitazione, dato che troppo poche possono permettersi di pagare un affitto ai figli, le misure di sostegno allo studio sono patetiche e nessun lavoretto serale può bastare per pagare l'affitto e vivere in città - un posto letto in una camera doppia, a Milano, costa dai 250 ai 400€ mensili di affitto, per dire.
L'eventuale chiusura le sedi distaccate e gli atenei minori e periferici significherà per molti lo svanire di ogni opportunità di iscriversi all'università.

Ci importa? Dipende dal nostro quadro di riferimento. Secondo me l'università non può essere un diritto di tutti. Perché dovrebbe? L'università serve a prepararsi per determinate professioni, molto specializzate, e non è possibile ovviamente che tutti possano farle. Né si può continuare con la favola dell'università come luogo di produzione e diffusione di cultura fine a se stessa: sì, certo, studiare apre la mente, ma anche leggere o pensare. Non posso ammettere all'università una persona che semplicemente vuole farsi una cultura, così come non posso offrire all'ASL interventi di mastoplastica additiva. Vuoi una cultura? To', questa è una tessera della biblioteca: divertiti.
Idem con i tagli ai dottorati eccetera. Sì ok, il turn over, i giuovani e coraggiosi ricercatori - nelle facoltà scientifiche, forse. Dove sono io (e sono una privilegiata per quanto riguarda opportunità di accesso a non raccomandati e basso livello di baronie) il turn over avviene nel 90% dei casi con gli eredi: bel guadagno. Ogni anno la mia facoltà fa entrare 24 nuovi dottorandi - ma per dio, a cosa diavolo serviranno mai 24 dottori di ricerca in sociologia? Grazie al cielo molti non si iscrivono o rinunciano al secondo anno, altrimenti la competizione per gli assegni di ricerca sarebbe una roba da guerra civile. Dei sette colleghi del mio anno, so già cosa accadrà dopo: una rimarrà in università a fare carriera, una andrà all'estero, uno ha trovato già ora un lavoro vero in università non lo si vede mai, due torneranno al lavoro statale per cui sono in aspettativa, uno farà ancora qualche anno di precariato e poi il padre ricco gli troverà lavoro presso qualche amico, e io, beh, tornerò a girovagare senza scopo come facevo prima. Risultato: 1 su 8. Prendine direttamente tre, allora, selezionali molto più severamente, da' a tutti la borsa di studio, e vedi di formarli bene, farli lavorare, creare dei veri ricercatori.

Questi discorsi non sono amati dai miei cari compagni di lotta. Che sono, inutile dirlo, per la maggior parte provenienti da facoltà, come la mia, che al di fuori dell'università non valgono nulla - filosofia in testa. Che portano avanti una protesta tra le più corporative io abbia mai visto, ma affermando di lottare per la cultura eccetera. Sono dei bravi ragazzi, si fanno un mazzo tanto a furia di mailing list e assemblee in giro per l'Italia, ma sono pochi quelli che conoscono l'autocritica. Delle mie opinioni non faccio mistero, e forse qualcuno si chiede se sia lì per schernirli o per sbaglio; ma al contrario, sono lì perché non vedo alternativa*.
Una volta tolti questi soldi, nessuno li restituirà all'università; quindi bisogna prima bloccare questa legge, poi pensare ai contenuti. Triste, ma temo sia esattamente così.

E ora, a sorpresa e per salutare, un link bellissimo: il Ministero della Pubblica Distruzione.




* tranne quella di battersene il belino, opzione che sta risalendo la classifica.

venerdì 12 dicembre 2008

pian piano

A Milano piove ormai da quattro anni, ma se non altro ho smesso di fumare. A dire il vero oggi ho comprato un pacchetto da 10, ma solo per l'insofferenza causata dalla partecipazione al corteo studentesco. Ehi, sembrerebbe che qui si parli sempre di manifestazioni, altro che "sono troppo elitaria per unirmi ai movimenti di massa". Ma c'è stata tutta questa roba dei tagli all'università e sono due mesi che siamo in agitazione - almeno, loro, io mi sento abbastanza serena. Però una volta lì, sai com'è, ti senti un po' una merda se non vai anche tu all'assemblea, incontro con gli studenti, volantinaggio o boh. Fondamentalmente un modo come un altro per integrarsi in un gruppo. Magari andrò anche alla cena di Natale. E un altro anno è passato.

C'è un'etichetta qui che si chiama "una casa per un anno". Nel frattempo è diventata una casa per un anno e mezzo. Oltre i simpatici personaggi di cui ho già presentato agre descrizioni, si sono aggiunte:
1. la provinciale ma wannabe-milanese che - ma perché sprecare parole per descriverla, quando esiste l'ottima espressione "attention whore"
2. il veneto, un ragazzo buono come il pane ed esperto di Linux, che giustamente se n'è andato dopo un paio di mesi, sostituito da
3. il sardo canterino, a quanto pare artista, pittore o salcazzo, appassionato di musica pop brutta che fa ascoltare a tutta la casa per ore e ore e giorni, sottolineando le accattivanti melodie con il suo continuo canticchiare, fischiettare, mmm-are; tutto ciò in falsetto E stonando.

A questo punto l'anno e mezzo possiamo dire che è durato abbastanza.
Quindi da gennaio mi trasferisco. Una casa tutta mia. Ecco, magari l'etichetta sarà quella.

Non so, penso che tornerò a scrivere qui sopra. Cagatine come questa, magari, ma speriamo anche di no - ma avevo bisogno di rompere il ghiaccio.

mercoledì 30 aprile 2008

su Nazirock (e il 25 aprile)

La settimana scorsa sono andata al corteo del 25 aprile.
Non ho "fatto" il corteo, eh. Sono rimasta ai margini. Dato che sono arrivata presto, ho ascoltato per un po' i discorsi ufficiali, poi sono tornata indietro fino a incontrare il corteo antifascista, quello dei centri sociali per intenderci, e ho camminato un po' anche con loro.
Non andavo a una manifestazione da anni, almeno quattro penso; non per caso, mancanza di voglia, ma volontariamente, dato che negli anni le mie idee sono cambiate (affilate, spero) e quella della piazza non è più la mia dimensione.
Quella no, e allora quale? Quando un sacco di tempo fa ho realizzato che no, non potevo più aderire a movimenti di massa, comandare dirigere o ubbidire, ovviamente mi s'era già un po' posta la questione: sì ok, e quindi? Ti dai al taoismo? Ti metti a coltivare il tuo giardino? Non puoi, finché una parte fondamentale di te stessa si basa sulla convinzione che non si può essere felici sull'infelicità altrui, che solo stando bene tutti puoi stare bene te.
Dato che non vuoi più fare la rivoluzione, l'unica cosa su cui e con cui puoi agire è te stessa, il tuo corpo. Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva; l'esempio. Il campo di battaglia si sposta nella tua esistenza quotidiana, al tuo comportamento, ai tuoi pensieri; una visione tra il solipsistico e il messianico, lo ammetto. Così la vita diventa una cosa anche abbastanza faticosa, perché non puoi permetterti di fare le cose che non vuoi che gli altri facciano, dal momento che se tu le facessi allora anche gli altri sarebbero autorizzati a farle, e tu non lo vuoi. Quindi ti tocca essere vegetariana anche se la carne era l'unica cosa che mangiavi e le verdure ti fanno sommessamente schifo, ti tocca boicottare questo e quello, ti tocca raccogliere la cartaccia, e informarti, ed essere gentile, ma soprattutto ti tocca pensare, pensare, continuamente pensare, e che palle santo cielo, che roba logorante. Che poi non sono mica molto brava a pensare, questo l'avrete anche capito da soli.
Inoltre se vivi in questo modo non è più tanto facile cercare l'appartenenza nelle manifestazioni e nei collettivi. Ci ho provato, per un po' mi sono anche divertita, però poi basta, eh. Sarà che ho conosciuto le persone sbagliate, o semplicemente è una modalità d'interazione che non fa per me; sarei anche propensa per la seconda, dato il mio livello di misantropia.
Certo, poi sento lo slogan più banale e mi viene la pelle d'oca, sento la peggiore versione di Bella Ciao e mi metto a piangere, quindi emotiva lo sono rimasta, figurarsi; ma non ho realmente bisogno di semplificazioni. Non ho realmente bisogno di buoni e cattivi, di Palestina libera, di servi dei servi dei servi, io ho bisogno di gente che mi aiuti a pensare; di gente che capisca le implicazioni di ciò che va dicendo, che si attrezzi di conseguenza, non di gente che passa 10 anni a urlare polizia assassina e poi quando la polizia uccide mi cascano dal pero e chiamano lo Stato-mamma (una cosa a caso delle molte), perché se ti va bene lo Stato-mamma allora ti comporti in un altro modo, se invece non ti va bene allora non ti deve andare bene mai, cosa diavolo significa questo rimpiattino? Sono stanca di giocare, non ho bisogno di sentirmi nella moltitudine, non ho bisogno di voi.

Sono andata alla manifestazione del 25 aprile perché, nonostante tutto questo, sarei cieca a non vedere che ce n'è bisogno. Nel momento in cui i diritti elementari vengono attaccati, nel momento in cui le istituzioni si avvicinano a valori e posizioni marcatamente fasciste, nel momento in cui senti che veramente va tutto a puttane e non hai molto a cui aggrapparti per arginare la paura di vivere qui, il ricordo della gente che in situazioni infinitamente peggiori ha detto O la va o la spacca e ci ha provato ed è andata abbastanza bene, può essere un punto fermo.
Eio ha ripreso un pezzo di Paolo Nori in cui mi sono molto ritrovata (a parte il tizio russo che non so chi sia):
Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la parola antifascismo e la parola resistenza sembravan due parole cariche di retorica e vuote di significato. Forse per via che di resistenza e di antifascismo, da un certo momento in poi, si sentiva parlare solo nei discorsi ufficiali e uno quando sente un discorso ufficiale gli vien l’impressione che valga la legge formalizzata dal matematico e logico Aleksandr Zinov’ev, legge che dice che tutto quel che è ufficiale, è falso. Dopo poi questi ultimi dieci anni, nei discorsi ufficiali nessuno ne parla più, è come se avessero riacquisito verità e significato, la parola antifascismo e la parola resistenza.
Vero: quando ero piccola il 25 aprile erano i temini e le poesiole sulla libertà (quando ancora la libertà era qualcosa di nostro, vi ricordate?) che poi venivano premiati dall'ANPI. Erano vecchi con cappelli da alpini (ma senza penna) e scampagnate su bricchi verso posti mai sentiti nominare e subito dimenticati. Poi è diventato una cosa da ricordare, da difendere. Pazzesco.


Ieri ho visto il documentario Nazirock, di Claudio Lazzaro. E' stata una visione molto istruttiva e interessante. Forse perché, a parte qualche leghista incontrato a Milano, qualche cattolico, e due parenti molto antipatici, io gente di destra non ne conosco: è proprio difficile, per origini familiari, luogo di nascita, traiettorie personali. Insomma, avevo voglia di stirare, uno dei coinquilini ha comprato il dvd del documentario, mi son detta "guardiamolo, ci sarà da farsi almeno due risate".

A me l'operazione non è sembrata corretta. Basta parlare delle dissolvenze: una canzone pro-ultras e viene inframmezzata con il servizio del telegiornale sulla morte di Raciti, le affermazioni revisioniste di alcuni intervistati sfumano sulle immagini dei superstiti (e dei cadaveri) di Mathausen... sì, sì per carità, ok, ma non è solo questo, il fascismo non è (stato) solo quello e non puoi ridurre a Hitler e al genocidio questo movimento (ridurre nel senso della reductio ad Hitlerum, ovviamente). Il documentario si focalizza solo sul razzismo nazista e sull'apologia della violenza, senza per nulla approfondire tante altre questioni ugualmente problematiche: il ruolo della donna, i diritti civili, il rapporto con la Chiesa, insomma quelle cose che già ora sono molto presenti e molto preoccupanti, non Predappio e le cose gravi sì ma folkloristiche. Perché le cose sono collegate, e il primo è la base del secondo; è molto inutile che li accusi di antisionismo quando non ti accorgi della loro gimnofobia; è molto facile e divertente prendere il primo pischello burino tanto ingenuo da farsi intervistare e far risaltare la sua totale ignoranza della storia, ma non è molto produttivo.

L'operazione è controversa perché i mezzi che ha usato avrebbero potuto mettere in cattiva luce anche un centro sociale di sinistra (per non parlare di un campo scout). Basta scegliere accuratamente le canzoni, basta fare le giuste contrapposizioni con i giusti servizi del TG1... E poi, maledizione, il TG1? Da quando il TG1 è diventato la voce dell'informazione obiettiva? Secondo il TG1 Ferrara è una vittima del linciaggio delle donne bolognesi, e il Papa sarebbe stato ucciso dagli studenti della Sapienza. Sono questi i nostri baluardi della democrazia? Belin, siam messi bene, non c'è che dire.

Loro cantano "vi massacriamo di botte perché abbiamo l'onore e voi siete dei subumani"... be', e io allora? Io cantavo della bomba proletaria e di "ora prendo su un pesante veicolo a vapore e vi vengo addosso uccidendovi tutti", se non ricordo male, e di sette bicchieri che brindano a Lenin, di scendere in strada e prendere a martellate i borghesi fino a spedirli sotto terra, e cantavo anch'io del valore e del coraggio, di vendetta e di morte, di coltelli e di dinamite. Di più: forse Lazzaro non lo sapeva o non gli importava, ma la canzone "Frana la curva" sui cui si sofferma sfregandosi le mani, quella che dice frana, la curva frana / sulla polizia italiana / frana, la curva frana / su quei figli di puttana, la canzone che Lazzaro, da infame (eh scusate, qui ci vuole) ha il buon gusto di sovrapporre alle immagini (del TG1, ancora) degli scontri di Catania che portarono alla morte di Raciti, insomma quella canzone NON è degli Hobbit, non è assolutamente dell'alternativa, ma anzi è una canzone degli Erode, un gruppo punk di sinistra. Qui infatti viene cantata durante un concerto all'ORSO - il centro sociale di Milano sgomberato due anni fa, quello di Dax per intenderci - in onore di una manifestazione antifascista; non è poi tutto così semplice come si vorrebbe, vero?

E, a proposito, Lazzaro: nemmeno io riconosco Israele. O meglio, ti risponderei proprio come quel Maurizio Rossi (un uomo maledetto dalla natura con il volto più odioso del cosmo, tra l'altro): sì, lo riconosco nel senso che c'è, ormai c'è e cosa ci vuoi fare? Nulla, tranne insistere affinché gli israeliani riconoscano a loro volta il diritto a esistere dei palestinesi. Ah, e la penso come loro sugli americani; e quindi? No America, no party?
Ma cos'avete, siete tutti abbonati de "Il Foglio"?

Parliamo piuttosto di cosa fanno, di come si comportano, di come descrivono il loro comportarsi, parliamo della violenza agita e non di quella in musica. Parliamo dei pestaggi contro i compagni che si vantano di fare, parliamo di questo santo cielo, ma parliamone seriamente. Parliamo del fatto che nessun militante di sinistra difenderebbe l'operato delle Brigate Rosse, tutt'al più potrebbe dire "avevano giuste idee, ma non hanno saputo come metterle in pratica"; questi no, questi sono orgogliosi. Questi si portano in giro un folle, Andrea Insabato, quello che ha messo la bomba al "manifesto" nel 2000, e ora grida istericamente DOBBIAMO AMARE I NOSTRI FRATELLI!, e LA NOSTRA PATRIA! LA NOSTRA FEDE! LA NOSTRA FEDEE!, con questi ragazzi che lo applaudono come un eroe ("ferito ma non fermato"); hanno a capo Roberto Fiore, "orgoglioso" di essere stato un "impresentabile", di aver patito l'esilio in nome delle sue idee - ma sta in realtà parlando dei suoi anni di latitanza a Londra, quelli che s'è fatto perché è stato condannato a cinque anni (poi tre e mezzo in secondo grado, condanna infine caduta in prescrizione) per banda armata.

Insomma, Nazirock è un prodotto approssimativo, che spara contro la Croce Rossa (le inquadrature di ragazzi terroncelli e grassocci che cantano Ragazzo dell'Europa dai bei capelli biondi / erede di un passato di sangue e fedeltà fanno inevitabilmente ridere, però siamo un po' dalle parti del Bagaglino, eh) e non viene mai al punto. Il punto non sono le facce buffe di Mussolini, per quanto siano invero estremamente buffe, il punto non sono le canzoni che inneggiano alla violenza: il punto è la violenza. La violenza simbolica e fisica, il VALORE della violenza, il valore dell'autoritarismo e della dittatura; il valore del patriarcato, del maschilismo, del nazionalismo e del sangue; il valore del disprezzo nei confronti del diverso, quel diverso da "rigettare" come il corpo rigetta gli elementi estranei; e l'antiabortismo, e il cristianesimo integralista; e tutte le cose, ripeto, per cui venerdì mi sono svegliata con il bisogno di andare al corteo del 25 aprile, che non si sa mai.

Ma Nazirock è un'occasione sprecata anche per riflettere sugli opposti valori della sinistra. Sull'ipocrisia e sulla confusione di chi schifa il patriottismo a casa propria e difende acriticamente il nazionalismo degli altri, chi fa un pensierino sullo sbattezzarsi ma ammira le tradizioni religiose degli altri, e su come questa confusione celi un altro tipo di razzismo, meno pericoloso ma che saremo prima o poi costretti ad affrontare.
La solidità della destra, il fascino della destra, sta proprio nella loro capacità di affrontare qualsiasi cosa con lo stesso sguardo, e non di procedere caso per caso; la loro ideologia è facilmente trasferibile e mobile. Io non voglio avere certezze di quel genere, ma il ragionamento politico dovrebbe comunque partire da una base solida, che la sinistra, soprattutto quella scalcagnata che c'è adesso, non sembra riuscire a contornare con precisione; e gli effetti sono le disparate opinioni sul Tibet, o operazioni come Gaza vivrà, e mille altre cose che appaiono torbide o semplicemente approssimative.
Ok, fine. Direi che il pezzo è completo.

domenica 4 novembre 2007

auguroni

Stamattina mia mamma mi ha fatto leggere un trafiletto, no, un box, su La Repubblica di ieri.
Loro comprano La Repubblica quando esce Il Venerdì, sapete, per i programmi, perché non è che piaccia molto come giornale.
Nel trafiletto c'è scritto esattamente quanto leggo su questa pagina del corriere.it, ma lo riporto ugualmente qui.

BOLOGNA - Il presidente del Consiglio Romano Prodi al ritorno da una visita ai cimiteri reggiani è stato fermato da un giovane metalmeccanico. «Presidente, sono un operaio, prendiamo troppo poco», gli ha detto il giovane. «C'è stata una perdita del potere di acquisto degli operai negli ultimi dieci anni molto forte», gli ha risposto il premier. «Abbiamo cominciato a correggerla un po', ma ci vuole tempo».
«Lei lo sa, è durissima», ha insistito il giovane. «Io prendo 1.200 euro al mese, ma per andare a pari ce ne vorrebbero almeno 1.800». «Penso proprio di sì», ha risposto Prodi, «è un problema che già da un anno avevo rilevato, non solo tra gli operai di basso livello ma anche tra i tecnici e gli operai specializzati».
«Io sono specializzato, lavoro a Guastalla», ha aggiunto il giovane. «Alla Smeg?», ha chiesto Prodi ricevendo una risposta positiva. «Auguroni», è stato il saluto con cui Prodi si è congedato dal giovane operaio.

Quando ho alzato gli occhi dal giornale, mia mamma mi ha detto che arrivata all'ultima parola s'è messa a piangere. A piangere al pensiero di Prodi che dice Auguroni "a uno che gli dice quella cosa lì".
Poi abbiamo parlato un po'.
In casa mia si è sempre parlato di politica. Ovvio, oggi ne parliamo molto poco, dato che non c'è molto da dire. O non riusciamo più a dirlo. E' iniziato tanto tempo fa, e non credo potremo rimediare.
Il governo Berlusconi ci ha stremato; ogni giorno ce n'era una nuova, e sembrava che non potessimo fare nulla per fermarli: lo sconcerto pubblico, la controinformazione, le proteste in piazza, le proteste degli intellettuali, la satira, i giudizi degli osservatori stranieri, i richiami della commissione europea - nulla. Inizialmente se ne parlava con rabbia ma anche con lo stupore che si prova davanti al surreale; ma pian piano la rabbia diventava indignazione, l'indignazione abitudine, e un giorno ci svegliammo e ci ritrovammo tutti piallati. L'unica voce stridula che si sentiva era quella delle prese per il culo della persona Berlusconi, che sembravano orchestrate da Publitalia più che dall'opposizione.
Arrivammo alle elezioni così storditi da non riuscire a porre alcuna resistenza a quelli che ora governano. Anche io li ho votati, macchiandomi per la prima volta di una colpa, di una complicità di cui sento il peso ogni volta che mi avvicino a un quotidiano.
Con questo governo la politica è davvero finita. Non esistono più conflitti di valori; non si parla di come si dovrebbe amministrare la cosa pubblica, alla luce di diverse concezioni della stessa e del mondo; si parla di... potere? Non so descrivere ciò di cui si parla. Non so nemmeno più qual è il discorso dominante; esso è frammentato, difficile da ripercorrere, volutamente ambiguo.

E certo, sono stanca di BlogBabel, Carmilla, il declino del genere horror, o le mie disavventure domestiche, insomma delle tante cazzate con cui mi trastullo qui e altrove. Ma di cos'altro si può parlare ormai? Non serve sapere come funziona, non serve deplorarlo negli altri: mi sto ripiegando su me stessa, divento sempre più indifferente, divento sempre più razzista (io? sì, io), in una sorta di qualunquismo di ritorno che assomiglia all'apatia.
Va bene l'anarchismo individualista, ma io ho bisogno di compagni, e dove sono i miei compagni? Ipnotizzati da un'America Latina di maniera, coglionati da Tarantino e dalla minimum fax - io non voglio avere nulla a che fare con persone che hanno dismesso i loro valori e la loro ideologia, magari barattandola per due chili di rizomi e un Mac Book Pro.

Forse ho bisogno di allontanarmi di nuovo. Di chiudermi in qualche aula o biblioteca, quei luoghi dai quali tutto appare limpidamente consequenziale; forse basterebbe non prendere più la metropolitana; forse devo rileggere qualche pagina di quelle che in passato avevano fatto il loro porco dovere.
O forse va benissimo così, poiché vivo e rappresento il mio tempo; se aspetto ancora qualche anno dimenticherò del tutto di aver fatto politica, pensato politica, vissuto politica, e sceglierò in base alla convenienza l'opinione del giorno, in base al fatto del giorno, al pagerank del giorno e alla cena del giorno prima.
Senza indignazione e senza paura, se non quella che mi diranno di avere.