"In generale, dubita sempre di chi sostiene “Ho capito subito che Dio non esisteva”, e in particolare di quelli che lo hanno capito alle elementari. Significa che non hanno mai messo in discussione le conclusioni che hanno raggiunto alle elementari. La loro interrogazione su Dio si è fermata al mattino in cui hanno capito che la suora raccontava una storiella. E quelli che in Dio ci credono, o che ne discutono e ne ammettono la possibilità? Dovrebbero essere tutti più deficienti di loro a nove anni – e poi lo spocchioso sarei io."
Questa è una frase che Leonardo ha scritto qualche tempo fa, in un post di “autodifesa” dalle critiche (tra le altri, le mie) di quanti non avevano apprezzato il suo post contro gli autobus dell'UAAR.
Questa frase mi ha molto colpita. Giustamente, uno dice, dato che è rivolta direttamente a me. Ma non mi ha colpita come avrebbe voluto Leonardo, dato che è un'accusa evidentemente senza senso: ci sono moltissime cose che le persone decidono o capiscono in tenera età, e ciò non pregiudica il loro normale sviluppo mentale o la loro capacità di imparare e applicare l'arte del dubbio. Se un musicista raccontasse che fin dall'età di 9 anni aveva capito che la musica era il suo destino, nessuno gli direbbe di vergognarsi per la sua assurda e spocchiosa ristrettezza mentale. Né, che so, genera scandalo dire che fin da piccoli si è sempre stati amanti degli animali/ permalosi/ omosessuali/ grandi lettori. Il fatto che una preferenza o un tratto distintivo della propria personalità si manifesti presto non significa né maggiore genuinità/purezza né minore realtà/profondità: è un dato autobiografico come un altro. Appigliarsi a questo per accusare chi non la pensa come noi di essere incapace di mettere in discussione le idee infantili mi sembra davvero fuori luogo.
Ovvio, dipende un po' dalle proprie, personalissime code di paglia. Se uno mi dicesse che fin da quando aveva 9 anni sapeva già che Tom Waits faceva cagare, credo che anch'io mi arrabbierei e cercherei di sminuire la dignità di tale precoce illuminazione!
Ho riflettutto su altri due aspetti connessi a tale frase e, quindi, a tale critica.
1. Sto forse dicendo che i credenti siano meno intelligenti di quanto io fossi a 9 anni?
Beh, mi è difficile non pensare che i bambini che sentivano le stesse storielle che propinavano a me nell'ora di religione, dovevano essere o stupidi, o distratti, o indifferenti, per non trovare assolutamente incoerenti e irrazionali tali storie.
In parte, al contrario, proclamo la mia completa ignoranza e incapacità di comprensione davanti al fenomeno del cattolicesimo. Cioè capisco il fascino delle religioni, e in alcuni casi la gioia o il sollievo che portano al fedele. Però quando si scende nel dettaglio, non riesco a immaginare come funzioni, esattamente. E questa incomprensione non posso attribuirla né a mancanza di spiritualità (sono propensa a credere che tutto il pianeta sia un'interconnessa entità mistica che canta l'ohm, e se aveste visto cosa ho visto io a spasso nei pascoli di Palenque, Messico, ne sareste convinti anche voi) né a mancanza di fantasia (vampiri, leprechaun, streghe, Grandi Antichi: io mi bevo tutto). Semplicemente non capisco come si possa pensare che questo corpo, così fragile, così esposto ai pericoli, così esposto a malattie dolorosissime e malformazioni terrificanti, abbia un qualsiasi legame con un Dio benevolo. Non capisco come si possa pensare, guardando l'Universo, a un Dio antropomorfico. Non capisco come si possa credere che Ratzinger possa, in alcune occasioni, parlare per conto di Dio, e mica da sempre (del tipo Piccolo Buddha, no), ma solo da quando i suoi colleghi l'hanno eletto al posto di quello prima che è morto. Non capisco come si possa pensare che a Dio freghi qualcosa di anticoncezionali e simili, ma contemporaneamente non capisco come si possa dire “Sono cattolico, MA - non vado in chiesa/ non mi riconosco nelle gerarchie ecclesiastiche/ non credo ai dogmi – eccetera”. Non capisco.
Io ho conosciuto molti evangelici, alcuni cattolici ferventi, molti cattolici praticanti, moltissimi cattolici non praticanti, un pastore battista, un paio di buddhisti, un Hare Krishna, e online un paio di musulmani. Ho sempre rispettato le loro convinzioni, anzi mi sono rallegrata che nella loro vita avessero qualcosa che riuscisse a “tenerli insieme” con tanta efficacia. Ma il mio rispetto e la mia simpatia non mi ha mai aiutato a capire cosa diamine gli passasse per la testa.
Penso di essere più intelligente? Penso di essere io, e solitamente sono felice di essere io e non un'altra. Ma soprattutto sono felicissima, davvero felicissima di non pensarla come loro.
2. In effetti mi capita spesso di pensare o riferirmi ai miei 9 anni. È un caso, o c'è stato qualcosa di particolare in quel momento della mia vita?
A 11 anni entravo nell'adolescenza (sì, precoce. incazzata e precoce), quindi dicevo addio alla lucidità per entrare in un mondo di rabbia, depressione, improvvisi cambiamenti d'umore, insensate passioni, ormoni e così via. A 7 anni ero ancora una bambina felice, spensierata, protetta dal male del mondo, troppo piccola per interessarmi al mondo degli adulti.
A 9 anni era già successo tutto. Mio padre era già in cassintegrazione; avevo già scoperto le differenze di classe tra me e i miei parenti, tra me e gli altri bambini, e di conseguenza avevo elaborato un'idea di "ingiustizia sociale"; avevo già sviluppato le mie prime idee e propensioni, ed erano, e mica parlo solo di religione, molto diverse (a volte radicalmente opposte) da quelle dei miei pari, per cui avevo già scoperto l'incomprensione reciproca e la solitudine interiore; il mio corpo aveva già iniziato a tradirmi, trasformandomi da graziosissima bambina in graziosissimo Vogon; ed erano già capitate alcune cose brutte che mi avevano rapita e portata in un universo parallelo in cui tutto sembrava uguale a prima, solo che ovunque si nascondeva la menzogna, la stortura, il buio.
Non posso negare che nella mia precoce decisione di lasciare la religione agli altri, tutto ciò abbia avuto la sua parte.
È stato allora che ho capito che le cose così non erano giuste ed era necessario che cambiassero radicalmente. Col passare degli anni è accaduta una roba stranissima: non è successo. Né il mondo è cambiato, né io sono cambiata in modo da adattarmi al mondo, o almeno capirlo, o almeno rendermelo indifferente. Davanti a questo colpo di scena, mi sono convinta che sarei morta presto: avevo preso la legge di Darwin molto seriamente, e quindi mi aspettavo che da un momento all'altro il mondo mi avrebbe, giustamente, fatta fuori, eliminata. Non immaginavo come, ma sapevo che sarebbe successo. Immaginavo il mondo come un organismo sano che mi rigettava, in quanto non per forza dannosa, ma come minimo incongruente.
Perciò, quando qualcuno mi chiede - magari perché se ne sente offeso personalmente (capita) - se mi sento più intelligente degli altri, mi mette in un grave imbarazzo. In parte sì, dato che credo sia comune a tutti ritenere che le proprie scelte siano migliori di quelle altrui (altrimenti, è lapalissiano, se ne farebbero di altre, o meglio si farebbero quelle di altri). Ma la base di tutto, delle mie decisioni, del mio sentire qualcosa come sciocca o come intelligente, come giusta o sbagliata, c'è questa inossidabile, invincibile convinzione di essere al posto sbagliato. Di non c'entrare nulla con il mondo, di essere anormale nel senso di patologica, di essere come la gente, per stare bene e avere successo e una vita lunga e felice, non dovrebbe essere.
Per cui, alla fine, sono pienamente d'accordo con Leonardo: diffidate di gente come me.
martedì 24 febbraio 2009
diffidate
di
Irene
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lunedì 9 febbraio 2009
ha fatto bene?
Arrivando via aereo in alcuni paesi, poco prima dell’atterraggio, le hostess consegnano ai passeggeri un modulo da compilare e consegnare poi a un qualche ufficio doganale. È una roba che per sfacciata idiozia gareggia solo con il nostro famoso test dei tre giorni, vantando domande del tipo “stai per caso trasportando con te dei veleni?”. Chiunque pensa: va beh, ma anche se fosse non è che te lo dico, ti pare?
Invece evidentemente sì. A quanto pare ciò che vogliamo fare è questo: DIRGLIELO.
Ora, no, tranquilli, non è un post sulla privacy, il controllo sociale, Google e i social network - il collegamento è ridondante. Stavo pensando a qualcos’altro.
La radio di cui sotto ha un intermezzo di “news”, e giuro che niente in questa settimana mi ha sconvolto di più, nemmeno le dichiarazioni di Berlusconi sull’attività mestruale della Englaro. Prima notizia: un ministro britannico esorta i suoi concittadini a darsi al ballo per scongiurare la piaga dell’obesità. Seconda notizia: intellettuali cattolici firmano una petizione a difesa di Eluana. Terza: nonostante ci siano delle irregolarità amministrative, la clinica di Udine non interromperà la procedura. Davanti a tale inaspettata faziosità la mente ha vacillato, e in quella vertigine potrei essermi persa un’altra notizia, forse due. Ultima notizia: la polizia difende il guidatore ubriaco, di nazionalità romena, che ieri ha investito e ucciso un uomo, dalla folla che voleva linciarlo. Ha fatto bene? Rispondete mandando un sms: i risultati del sondaggio saranno pubblicati domani da City, il freepress che trovate eccetera.
Ha fatto bene?
Ha fatto bene? Ascoltatore di una radio che s’intende rivolta ad amanti di un genere musicale un tempo considerato “sovversivo”, espressione di valori del tipo sesso=buono, droga=molto buono, scappare da questo posto di merda=ancora più buono, e immagina che bello se non ci fossero nazioni né religioni, in ogni caso la risposta soffia nel vento - ascoltatore, dimmi, secondo te quei poliziotti hanno fatto proprio bene bene a difendere un uomo dall’essere linciato, o potevano farsi anche un po’ i cazzi loro?
E nel caso secondo te avessero dovuto lasciare quella merda d’uomo, quell’ubriacone immigrato clandestino molto probabilmente stupratore e di certo con una notevole percentuale di sangue zingaro (o per lo meno ebreo), dicevamo, lasciare quel bastardo assassino alle unghie e ai sassi dei passanti: diccelo. Mandaci un sms. Mandaci una mail. Chiama in trasmissione all’ottonovenove. Unisciti al gruppo su Facebook, commenta la notizia nel forum dei lettori del Corriere.
Poterti smembrare coi denti e le mani/ Sapere i tuoi occhi bevuti dai cani.
La settimana scorsa s’è parlato della valanga di mail che la parlamentare dei Radicali, Rita Bernardini, ha ricevuto dopo aver fatto visita in carcere, in quanto membro di “Nessuno tocchi Caino”, agli imputati dello stupro di Guidonia. fai veramente schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti scopa nessuno troia del cazzo, ti auguro pure che ti venga un tumore al cervello (se possibile visto che materia grigia non ne hai molta), e che te ne vada quanto prima tra atroci sofferenze, pregheremo tutti perchè tu muoia. Spero tanto che un Rumeno ti stupri a morte la figlia. a te piacerebbe non poco essere violentata da sei rumani, lurida che non sei altro, peccato che cesso come sei nemmeno i rumeni ti sfiorerebbero! Se qualcuno avesse lo stomaco di stuprare un rospo come te, vado personalmente a complimentarmi per il coraggio!!! "Bernardini "che si interroga sul maltrattamento delle " bestie stupratori" di Guidogna..dovrebbe subire PARI STUPRO ai danni di un suo caro (a lei no pearchè potrebbe essere oggetto di piacere)..
Lo stupro nella doppia funzione di punizione e di dono. Sei una donna, quindi se ti devo augurare un male penso “ti stuprassero”. M’indigno per lo stupro di una donna e quest’indignazione la esprimo augurando a un’altra donna di subire la stessa sorte; la verità è che non me ne importa una sega di quella donna (la prima), né penso che lo stupro in sé sia particolarmente grave, è QUELLO stupro (il primo) che non mi va giù, e il motivo è squisitamente antropologico: degli stranieri hanno rubato ciò che è mio, mi sono entrati in casa e hanno cagato sul mio letto, ed è questa e solo questa la violazione a cui reagisco.
Va beh, ma queste cose le dice molto meglio di me FikaSicula, quindi abbonatevi al feed del suo blog e perdonatemi per questo sfogo. Sto parlando della parlamentare per un’altra ragione che non è la fenomenologia dell’italico stupro: per il fatto che le mail siano firmate.
Di questa faccenda non riesco proprio a liberarmi. Il nome e cognome, le foto del profilo. “crepa puttana di merda”: non è un pensiero di cui mi vergogno, che mi compare sullo schermo mentale all’improvviso e che subito reprimo. No, rivendico il mio odio, la mio violenza: ci metto la firma, ci metto nome e cognome, lo dico a tutti, inoltro agli amici la mail di insulti e minacce che ti ho scritto, invito i miei colleghi ad aderire alla mia azione, e ne parlerò stasera in famiglia. Sputare così, senza alcuna esitazione, sul contratto sociale, sulla mediazione dello stato tra lupo e lupo, sulla concezione moderna del reato come ferita inflitta alla società e non come questione privata e della punizione come risarcimento sociale e non come vendetta personale.
È come se la società avesse perso ogni funzione e ogni realtà. Perché stiamo ancora insieme, se non riconosciamo più alcuna utilità, alcuna rappresentatività alla forma sociale - lo Stato nazionale democratico - che negli ultimi secoli ha dato forma alla nostra esperienza del vivere comune?
Non è un problema di globalizzazione. Io rigetto le soluzioni cosmopolitiche, alla Beck, al tramonto dello Stato nazionale; non penso che la soluzione sia semplicemente allargare lo stampino mettendoci dentro una porzione di territorio più vasto. La nostra cittadinanza è fondata sull’esclusione (dei non-cittadini, of course) e inevitabilmente eliminando quell’esclusione elimineremo la cittadinanza; la nostra democrazia è modellata sulla nazione, ed eliminando la nazione elimineremo la democrazia; eccetera. Questi erano problemi di cui si è dibattuto alla nausea quando era in voga il comunitarismo, mentre ora che di moda è il cosmopolitismo non ne parla più nessuno. Ma il maledetto Stato ci si sta disintegrando sotto gli occhi, si stanno disintegrando le premesse normative e morali del vivere sociale. Io vedo soltanto persone (e movimenti) che rifiutano la società, a partire dalle posizioni più diverse: tecno-utopie di individualismi connessi in rete, integralismi teocratici, post-fascismo, senza dimenticare le nostre care orde di xenofobi tarantolati. Molti, moltissimi di coloro che invece difendono la forma tradizionale dello Stato, con le sue istituzioni, mi sembrano farlo per un riflesso condizionato, per un automatismo dettato niente più che dalla percezione della propria posizione in un gioco di contrapposizioni che intende la politica come scelta tra vasca e doccia.
Mi sa che mi sono fatta prendere la mano, eh? Diciamo pure che se passerà di qui qualcuno a spiegarmi che ho scritto solo grosse e fragorose cazzate ne sarò molto contenta, dato che ora sono solo molto preoccupata. Ma non perché lo Stato o la democrazia mi piacessero, bensì perché non mi sembra che abbiamo raggiunto uno stadio di evoluzione (politica, filosofica, e personale, e spirituale, o addirittura biologica) per cui il passaggio a un’altra forma di organizzazione sociale si configuri come una liberazione. A me, ora, sembra portare solo caos e barbarie: violenza privata e pubblica, annichilimento dell’altro, discrezionalità di ciò che chiamavamo “diritti”, insomma l’annullamento delle conquiste sociali dello step precedente in nessun modo compensate da altre (maggiori o diverse) conquiste.
Oh beh, sì: buon lunedì anche a voi.
di
Irene
alle
11:25
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Etichette: politica
venerdì 30 gennaio 2009
Peter Cushing does that all the time.
Nell’ultima settimana ho avuto un sacco di febbre, ho ascoltato tantissima radio e ho letto tre libri molto belli. La sinergia tra queste tre attività mi ha creato una notevole confusione mentale, devo dire, tanto più che due dei libri erano degli horror (La scomparsa dell’Erebus di Simmons e Lasciami entrare di Lindqvist); inoltre ogni volta che ho la febbre sento un irresistibile desiderio di rivedere Dal tramonto all’alba, giusto per completezza.
La cosa positiva è che tutto questo è accaduto in una casa dotata di un impianto di riscaldamento. Ebbene sì, pare che i lavori siano finalmente completati. Mi piacerebbe intrattenervi con il buffo dramma che li ha accompagnati, ma chiunque abbia avuto dei lavori in casa sa di che cosa potrei parlare (improvvisi funerali di nonni calabresi, parquet disposti secondo angoli lovecraftiani, pavimenti allagati, frigoriferi staccati eccetera) quindi non infierirò ricordandovi quei brutti momenti.
Ho fatto conoscenza con Virgin Radio, un emittente che si distingue per la più totale mancanza di contenuti. Non parlo di qualità, ma proprio di sostanza: è una radio in cui non succede un tubo. Mandano musica rock, preferibilmente di artisti vincolati contrattualmente con l’omonima casa discografica, un po’ di pubblicità e un paio d’ore di “trasmissioni” preregistrate. A intervalli regolari una voce recita i claim dell’emittente, tutti di insondabile significato. Per fare un esempio: “Rock Party”, cioè le ore serali di musica non-stop, ha come slogan: “L’unico party in cui puoi lasciarti andare senza perdere il controllo”. Eh? Ma niente a confronto di quello che recita: “Virgin Radio: l’unica radio con uno stile unico”. Ma cosa significa? Queste frasi sono così prive di senso che non posso evitare di credere che nascondano invece dei messaggi in codice super segreti; magari servono per risvegliare degli agenti dormienti, e quindi sono giustamente combinazioni improbabili di parole. O magari dovrei prendere meno seriamente questa storia degli Skrull.
A proposito di musica e audaci accostamenti di parole senza senso, un’esperienza indimenticabile l’ho vissuta a un falò sulla spiaggia di un sacco di anni fa. Ero in compagnia di un gruppo di amiche più grandi di me di una decina d’anni, che avevano appuntamento per una serata in riva al mare con una loro compagnia allargata, o qualcosa del genere, più o meno di coetanee. Normalmente mi sarei divertita, perché mi piace sentire suonare la chitarra, e c’è sempre qualche canzone da cantare; ma non in quell’occasione. Quella sera a quanto pare era in atto un revival della canzone italiana stupida. Non c’era un testo che riconoscessi, a parte ogni tanto qualche ritornello; e quello che mi metteva a disagio era il sentimentalismo con il quale quelle tizie sbraitavano testi più che imbarazzanti. Come se io a trent’anni suonati mi ritrovassi con un branco di rincitrullite a cantare “È la malinconoia, che uccide a quest’età” davanti a un falò a Cogoleto.
In un climax di canzoni brutte, si giunse a una di cui non riuscivo manco a cogliere la melodia: o non la sapevano suonare, o non la sapevano cantare, oppure era veramente orrenda di suo. Parlava di un ragazzo e una ragazza, ovviamente, robe di scuola e di concerti, e ogni verso finiva con degli ululati, una tortura. Finché non ho sentito ciò che ancora oggi per me rimane Il Verso Più Terribile Della Storia Della Canzone Italiana: “Lo sai che Luca si buca ancora”. Rimasi impietrita. Luca-buca? Non poteva essere vero. Solo davanti al tg4 di Emilio Fede ho provato un tale sconcerto. Quelle persone non potevano cantare accorate una stronzata del genere - avrei voluto scoppiare a ridere, ma temevo che le Baccanti mi facessero a pezzi. Luca-buca? Ma che cazzo di rima è? Al confronto cuore-amore è shakespeariana. Ma come si può scrivere una roba del genere? È come una figurina degli Sgorbions. Luca Si Buca. Donata Avariata. Clemente Mortovivente.
Anche se l'unica che vi si avvicina davvero è la sublime, insuperabile Irene-Rene. “Lo sai che Irene ha perso un rene?”. Quasi quasi lo uso, e scrivo un toccante canzone su un’adolescente anoressica. Che farò cantare alla Tatangelo, ovviamente.
di
Irene
alle
12:21
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sabato 3 gennaio 2009
dal fronte del freddo porco
Ok, mi sono trasferita nella casa nuova. Non so quando potrò mettere online questo post dato che sono senza connessione e l’università, a tradimento, ha deciso di rimanere chiusa fino al 6 dicembre, formalmente togliendomi ogni mezzo per lavorare ma va beh.
Il giorno prima del trasloco, cioè il 29 dicembre, vado a prendere le chiavi di casa e a farmi spiegare dall’ex inquilina alcune cose, tra cui il funzionamento della stufa a gas.
Vedi, quando il pomello è in linea con il tubo il rubinetto del gas è aperto, ok? Ora l’accendiamo... Sono due giorni che è spenta, aspetta che devo ricordarmi come si fa... Ecco: tenendo premuto questo pulsante esce il gas, senti?, e premendo quest’altro dovrebbe accend-
PUM!
La stufetta fa un’intensa fiammata e sobbalza. Vorrei dire “esplode”, perché quella è stata la nostra impressione, ma ovviamente se fosse davvero esplosa non sarei qui a scriverlo. Saremmo finite - io, l’ex inquilina, e un paio di famiglie di immigrati - in un trafiletto della cronaca locale: “Ennesimo incidente causato da una vecchia stufa a gas”. Dato che si tratta di un vecchio palazzo dell’immediata periferia di Milano, la cosa non avrebbe credo suscitato tanto scandalo, tanto più che sarebbero morti dei negri, una femminista e una dottoranda di sociologia, tutta gente che, diciamocelo, è meglio perderla che trovarla.
Il vetro protettivo è saltato via, e per casa si diffonde un odore di bruciato. Assordate dal botto e in evidente stato di shock, chiamiamo il padrone di casa, il quale il giorno dopo, mentre trasloco con il supporto di due eroiche amiche, mi fa trovare a casa un idraulico che mi spiega che rimarrò senza riscaldamento fino a metà gennaio, ma dopo spaccheranno i pavimenti rendendo inagibile la casa per 3-4 (cioè 9) giorni e mi metteranno un sacco di termosifoni. Poi mi porta una stufetta elettrica e mi augura buon 2009.
Nonostante tutto questo, dopo due intensi giorni di lavoro (mica solo miei: i mobili li ha rimontati lui, che credete), questa inizia a sembrare davvero una casa. Ma non era di questo che volevo scrivere, all’inizio.
L’ex inquilina mi ha venduto un sacco di cose, tra cui un piccolo termoventilatore. Per il bagno, davvero stretto, è efficientissimo: dopo 5 minuti ha già scaldato la stanza. Certo, consuma l’impossibile, ma è ugualmente una meraviglia. In fondo porta scritto il nome del prodotto: “Caldobagno”.
Ora, vi rendete conto? Stiamo parlando di quel Caldobagno. “Caro, sei in bagno?” “Bagno?! Caldobagno!” “Caldobagno?? Arrivo!” e si ritrovavano alle Maldive. Da piccola credevo che questo Caldobagno fosse un futuristico ritrovato di domotica, che scaldava le pareti stesse della casa, l’acqua del bagno e già che c’era pure gli asciugamani. E invece di trattava di un minuscolo termoventilatore? Una sorta di asciugacapelli da pavimento?? Ci credo che tutti negli anni Ottanta da grandi volevamo fare i pubblicitari, prima che la questione morale ci assalisse insieme alle tempeste ormonali!
Prima di salutarvi a chissà quando, una richiesta. Potreste consigliarmi delle stazioni radio, o meglio dei programmi radiofonici? Radio normali, non webradio o podcast - stazioni FM, sapete, che si sentano su Milano.
Per intenderci, il mio programma preferito, purtroppo scomparso insieme a RockFM, era Eclettica; altri che mi piacciono sono Prospettive musicali, Rotoclassica e non so come si chiama ma c’è uno con un forte accento inglese, su Radio Popolare; Alle otto della sera su Radio2, e programmi che sento casualmente su Radio1 e Radio3 (che però si sente malissimo a casa mia). Va benissimo musica classica o “difficile”, ma che ci sia qualcuno che la introduca.
Ovviamente, odio quelli simpatici e odio il reggae.
Grazie di ogni suggerimento!
di
Irene
alle
12:49
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Etichette: musica, una casa tutta mia
domenica 14 dicembre 2008
texas chainsaw massacre
L'università, dicevo.
I tagli sono sbagliati, questo penso sia evidente. I cambiamenti si fanno con gli investimenti, non con i tagli. Con cambiamenti generazionali, riforme amministrative, riforme della didattica, democratizzazione degli organismi decisionali interni agli atenei, apertura all'estero/esterno, la valutazione e la qualità. Se togli le risorse, hai voglia a dire che sopravviveranno solo i migliori: sopravviveranno i più adatti, che nel sistema attuale significa semplicemente i più raccomandati e i più mafiosi.
E' altrettanto evidente il disegno di svalutazione e di riduzione dell'istruzione pubblica, così tout court, a favore di una privatizzazione del comparto scolastico e dell'alta formazione. Che di nuovo, chissà se è di per sé un male; ma in questo Paese, significherebbe semplicemente istruzione per ricchi e ignoranza per poveri, tutto qui.
D'altro canto, l'università è già per ricchi. Non conosco ragazzi che siano riusciti a concludere il proprio percorso universitario senza un pesante contributo dei genitori - anche chi era beneficiario di borse e altri aiuti. Nessuna borsa di studio può mantenerti. E se inizi a lavorare - non per comprarti l'ipod o andare ai concerti, ma per pagare l'affitto e la spesa - abbandonerai presto l'università, è chiaro. I sostenitori dei tagli parlano di rendere competitivi gli atenei; ma a l'unico criterio a cui pensano le famiglie è la vicinanza dall'abitazione, dato che troppo poche possono permettersi di pagare un affitto ai figli, le misure di sostegno allo studio sono patetiche e nessun lavoretto serale può bastare per pagare l'affitto e vivere in città - un posto letto in una camera doppia, a Milano, costa dai 250 ai 400€ mensili di affitto, per dire.
L'eventuale chiusura le sedi distaccate e gli atenei minori e periferici significherà per molti lo svanire di ogni opportunità di iscriversi all'università.
Ci importa? Dipende dal nostro quadro di riferimento. Secondo me l'università non può essere un diritto di tutti. Perché dovrebbe? L'università serve a prepararsi per determinate professioni, molto specializzate, e non è possibile ovviamente che tutti possano farle. Né si può continuare con la favola dell'università come luogo di produzione e diffusione di cultura fine a se stessa: sì, certo, studiare apre la mente, ma anche leggere o pensare. Non posso ammettere all'università una persona che semplicemente vuole farsi una cultura, così come non posso offrire all'ASL interventi di mastoplastica additiva. Vuoi una cultura? To', questa è una tessera della biblioteca: divertiti.
Idem con i tagli ai dottorati eccetera. Sì ok, il turn over, i giuovani e coraggiosi ricercatori - nelle facoltà scientifiche, forse. Dove sono io (e sono una privilegiata per quanto riguarda opportunità di accesso a non raccomandati e basso livello di baronie) il turn over avviene nel 90% dei casi con gli eredi: bel guadagno. Ogni anno la mia facoltà fa entrare 24 nuovi dottorandi - ma per dio, a cosa diavolo serviranno mai 24 dottori di ricerca in sociologia? Grazie al cielo molti non si iscrivono o rinunciano al secondo anno, altrimenti la competizione per gli assegni di ricerca sarebbe una roba da guerra civile. Dei sette colleghi del mio anno, so già cosa accadrà dopo: una rimarrà in università a fare carriera, una andrà all'estero, uno ha trovato già ora un lavoro vero in università non lo si vede mai, due torneranno al lavoro statale per cui sono in aspettativa, uno farà ancora qualche anno di precariato e poi il padre ricco gli troverà lavoro presso qualche amico, e io, beh, tornerò a girovagare senza scopo come facevo prima. Risultato: 1 su 8. Prendine direttamente tre, allora, selezionali molto più severamente, da' a tutti la borsa di studio, e vedi di formarli bene, farli lavorare, creare dei veri ricercatori.Questi discorsi non sono amati dai miei cari compagni di lotta. Che sono, inutile dirlo, per la maggior parte provenienti da facoltà, come la mia, che al di fuori dell'università non valgono nulla - filosofia in testa. Che portano avanti una protesta tra le più corporative io abbia mai visto, ma affermando di lottare per la cultura eccetera. Sono dei bravi ragazzi, si fanno un mazzo tanto a furia di mailing list e assemblee in giro per l'Italia, ma sono pochi quelli che conoscono l'autocritica. Delle mie opinioni non faccio mistero, e forse qualcuno si chiede se sia lì per schernirli o per sbaglio; ma al contrario, sono lì perché non vedo alternativa*.
Una volta tolti questi soldi, nessuno li restituirà all'università; quindi bisogna prima bloccare questa legge, poi pensare ai contenuti. Triste, ma temo sia esattamente così.
E ora, a sorpresa e per salutare, un link bellissimo: il Ministero della Pubblica Distruzione.
* tranne quella di battersene il belino, opzione che sta risalendo la classifica.
di
Irene
alle
21:01
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Etichette: politica, sociologia
venerdì 12 dicembre 2008
pian piano
A Milano piove ormai da quattro anni, ma se non altro ho smesso di fumare. A dire il vero oggi ho comprato un pacchetto da 10, ma solo per l'insofferenza causata dalla partecipazione al corteo studentesco. Ehi, sembrerebbe che qui si parli sempre di manifestazioni, altro che "sono troppo elitaria per unirmi ai movimenti di massa". Ma c'è stata tutta questa roba dei tagli all'università e sono due mesi che siamo in agitazione - almeno, loro, io mi sento abbastanza serena. Però una volta lì, sai com'è, ti senti un po' una merda se non vai anche tu all'assemblea, incontro con gli studenti, volantinaggio o boh. Fondamentalmente un modo come un altro per integrarsi in un gruppo. Magari andrò anche alla cena di Natale. E un altro anno è passato.
C'è un'etichetta qui che si chiama "una casa per un anno". Nel frattempo è diventata una casa per
un anno e mezzo. Oltre i simpatici personaggi di cui ho già presentato agre descrizioni, si sono aggiunte:
1. la provinciale ma wannabe-milanese che - ma perché sprecare parole per descriverla, quando esiste l'ottima espressione "attention whore"
2. il veneto, un ragazzo buono come il pane ed esperto di Linux, che giustamente se n'è andato dopo un paio di mesi, sostituito da
3. il sardo canterino, a quanto pare artista, pittore o salcazzo, appassionato di musica pop brutta che fa ascoltare a tutta la casa per ore e ore e giorni, sottolineando le accattivanti melodie con il suo continuo canticchiare, fischiettare, mmm-are; tutto ciò in falsetto E stonando.
A questo punto l'anno e mezzo possiamo dire che è durato abbastanza.
Quindi da gennaio mi trasferisco. Una casa tutta mia. Ecco, magari l'etichetta sarà quella.
Non so, penso che tornerò a scrivere qui sopra. Cagatine come questa, magari, ma speriamo anche di no - ma avevo bisogno di rompere il ghiaccio.
di
Irene
alle
17:00
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Etichette: blog, politica, una casa per un anno
mercoledì 30 aprile 2008
su Nazirock (e il 25 aprile)
La settimana scorsa sono andata al corteo del 25 aprile.
Non ho "fatto" il corteo, eh. Sono rimasta ai margini. Dato che sono arrivata presto, ho ascoltato per un po' i discorsi ufficiali, poi sono tornata indietro fino a incontrare il corteo antifascista, quello dei centri sociali per intenderci, e ho camminato un po' anche con loro.
Non andavo a una manifestazione da anni, almeno quattro penso; non per caso, mancanza di voglia, ma volontariamente, dato che negli anni le mie idee sono cambiate (affilate, spero) e quella della piazza non è più la mia dimensione.
Quella no, e allora quale? Quando un sacco di tempo fa ho realizzato che no, non potevo più aderire a movimenti di massa, comandare dirigere o ubbidire, ovviamente mi s'era già un po' posta la questione: sì ok, e quindi? Ti dai al taoismo? Ti metti a coltivare il tuo giardino? Non puoi, finché una parte fondamentale di te stessa si basa sulla convinzione che non si può essere felici sull'infelicità altrui, che solo stando bene tutti puoi stare bene te.
Dato che non vuoi più fare la rivoluzione, l'unica cosa su cui e con cui puoi agire è te stessa, il tuo corpo. Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva; l'esempio. Il campo di battaglia si sposta nella tua esistenza quotidiana, al tuo comportamento, ai tuoi pensieri; una visione tra il solipsistico e il messianico, lo ammetto. Così la vita diventa una cosa anche abbastanza faticosa, perché non puoi permetterti di fare le cose che non vuoi che gli altri facciano, dal momento che se tu le facessi allora anche gli altri sarebbero autorizzati a farle, e tu non lo vuoi. Quindi ti tocca essere vegetariana anche se la carne era l'unica cosa che mangiavi e le verdure ti fanno sommessamente schifo, ti tocca boicottare questo e quello, ti tocca raccogliere la cartaccia, e informarti, ed essere gentile, ma soprattutto ti tocca pensare, pensare, continuamente pensare, e che palle santo cielo, che roba logorante. Che poi non sono mica molto brava a pensare, questo l'avrete anche capito da soli.
Inoltre se vivi in questo modo non è più tanto facile cercare l'appartenenza nelle manifestazioni e nei collettivi. Ci ho provato, per un po' mi sono anche divertita, però poi basta, eh. Sarà che ho conosciuto le persone sbagliate, o semplicemente è una modalità d'interazione che non fa per me; sarei anche propensa per la seconda, dato il mio livello di misantropia.
Certo, poi sento lo slogan più banale e mi viene la pelle d'oca, sento la peggiore versione di Bella Ciao e mi metto a piangere, quindi emotiva lo sono rimasta, figurarsi; ma non ho realmente bisogno di semplificazioni. Non ho realmente bisogno di buoni e cattivi, di Palestina libera, di servi dei servi dei servi, io ho bisogno di gente che mi aiuti a pensare; di gente che capisca le implicazioni di ciò che va dicendo, che si attrezzi di conseguenza, non di gente che passa 10 anni a urlare polizia assassina e poi quando la polizia uccide mi cascano dal pero e chiamano lo Stato-mamma (una cosa a caso delle molte), perché se ti va bene lo Stato-mamma allora ti comporti in un altro modo, se invece non ti va bene allora non ti deve andare bene mai, cosa diavolo significa questo rimpiattino? Sono stanca di giocare, non ho bisogno di sentirmi nella moltitudine, non ho bisogno di voi.
Sono andata alla manifestazione del 25 aprile perché, nonostante tutto questo, sarei cieca a non vedere che ce n'è bisogno. Nel momento in cui i diritti elementari vengono attaccati, nel momento in cui le istituzioni si avvicinano a valori e posizioni marcatamente fasciste, nel momento in cui senti che veramente va tutto a puttane e non hai molto a cui aggrapparti per arginare la paura di vivere qui, il ricordo della gente che in situazioni infinitamente peggiori ha detto O la va o la spacca e ci ha provato ed è andata abbastanza bene, può essere un punto fermo.
Eio ha ripreso un pezzo di Paolo Nori in cui mi sono molto ritrovata (a parte il tizio russo che non so chi sia):
Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la parola antifascismo e la parola resistenza sembravan due parole cariche di retorica e vuote di significato. Forse per via che di resistenza e di antifascismo, da un certo momento in poi, si sentiva parlare solo nei discorsi ufficiali e uno quando sente un discorso ufficiale gli vien l’impressione che valga la legge formalizzata dal matematico e logico Aleksandr Zinov’ev, legge che dice che tutto quel che è ufficiale, è falso. Dopo poi questi ultimi dieci anni, nei discorsi ufficiali nessuno ne parla più, è come se avessero riacquisito verità e significato, la parola antifascismo e la parola resistenza.
Vero: quando ero piccola il 25 aprile erano i temini e le poesiole sulla libertà (quando ancora la libertà era qualcosa di nostro, vi ricordate?) che poi venivano premiati dall'ANPI. Erano vecchi con cappelli da alpini (ma senza penna) e scampagnate su bricchi verso posti mai sentiti nominare e subito dimenticati. Poi è diventato una cosa da ricordare, da difendere. Pazzesco.
Ieri ho visto il documentario Nazirock, di Claudio Lazzaro. E' stata una visione molto istruttiva e interessante. Forse perché, a parte qualche leghista incontrato a Milano, qualche cattolico, e due parenti molto antipatici, io gente di destra non ne conosco: è proprio difficile, per origini familiari, luogo di nascita, traiettorie personali. Insomma, avevo voglia di stirare, uno dei coinquilini ha comprato il dvd del documentario, mi son detta "guardiamolo, ci sarà da farsi almeno due risate".
A me l'operazione non è sembrata corretta. Basta parlare delle dissolvenze: una canzone pro-ultras e viene inframmezzata con il servizio del telegiornale sulla morte di Raciti, le affermazioni revisioniste di alcuni intervistati sfumano sulle immagini dei superstiti (e dei cadaveri) di Mathausen... sì, sì per carità, ok, ma non è solo questo, il fascismo non è (stato) solo quello e non puoi ridurre a Hitler e al genocidio questo movimento (ridurre nel senso della reductio ad Hitlerum, ovviamente). Il documentario si focalizza solo sul razzismo nazista e sull'apologia della violenza, senza per nulla approfondire tante altre questioni ugualmente problematiche: il ruolo della donna, i diritti civili, il rapporto con la Chiesa, insomma quelle cose che già ora sono molto presenti e molto preoccupanti, non Predappio e le cose gravi sì ma folkloristiche. Perché le cose sono collegate, e il primo è la base del secondo; è molto inutile che li accusi di antisionismo quando non ti accorgi della loro gimnofobia; è molto facile e divertente prendere il primo pischello burino tanto ingenuo da farsi intervistare e far risaltare la sua totale ignoranza della storia, ma non è molto produttivo.
L'operazione è controversa perché i mezzi che ha usato avrebbero potuto mettere in cattiva luce anche un centro sociale di sinistra (per non parlare di un campo scout). Basta scegliere accuratamente le canzoni, basta fare le giuste contrapposizioni con i giusti servizi del TG1... E poi, maledizione, il TG1? Da quando il TG1 è diventato la voce dell'informazione obiettiva? Secondo il TG1 Ferrara è una vittima del linciaggio delle donne bolognesi, e il Papa sarebbe stato ucciso dagli studenti della Sapienza. Sono questi i nostri baluardi della democrazia? Belin, siam messi bene, non c'è che dire.
Loro cantano "vi massacriamo di botte perché abbiamo l'onore e voi siete dei subumani"... be', e io allora? Io cantavo della bomba proletaria e di "ora prendo su un pesante veicolo a vapore e vi vengo addosso uccidendovi tutti", se non ricordo male, e di sette bicchieri che brindano a Lenin, di scendere in strada e prendere a martellate i borghesi fino a spedirli sotto terra, e cantavo anch'io del valore e del coraggio, di vendetta e di morte, di coltelli e di dinamite. Di più: forse Lazzaro non lo sapeva o non gli importava, ma la canzone "Frana la curva" sui cui si sofferma sfregandosi le mani, quella che dice frana, la curva frana / sulla polizia italiana / frana, la curva frana / su quei figli di puttana, la canzone che Lazzaro, da infame (eh scusate, qui ci vuole) ha il buon gusto di sovrapporre alle immagini (del TG1, ancora) degli scontri di Catania che portarono alla morte di Raciti, insomma quella canzone NON è degli Hobbit, non è assolutamente dell'alternativa, ma anzi è una canzone degli Erode, un gruppo punk di sinistra. Qui infatti viene cantata durante un concerto all'ORSO - il centro sociale di Milano sgomberato due anni fa, quello di Dax per intenderci - in onore di una manifestazione antifascista; non è poi tutto così semplice come si vorrebbe, vero?
E, a proposito, Lazzaro: nemmeno io riconosco Israele. O meglio, ti risponderei proprio come quel Maurizio Rossi (un uomo maledetto dalla natura con il volto più odioso del cosmo, tra l'altro): sì, lo riconosco nel senso che c'è, ormai c'è e cosa ci vuoi fare? Nulla, tranne insistere affinché gli israeliani riconoscano a loro volta il diritto a esistere dei palestinesi. Ah, e la penso come loro sugli americani; e quindi? No America, no party?
Ma cos'avete, siete tutti abbonati de "Il Foglio"?
Parliamo piuttosto di cosa fanno, di come si comportano, di come descrivono il loro comportarsi, parliamo della violenza agita e non di quella in musica. Parliamo dei pestaggi contro i compagni che si vantano di fare, parliamo di questo santo cielo, ma parliamone seriamente. Parliamo del fatto che nessun militante di sinistra difenderebbe l'operato delle Brigate Rosse, tutt'al più potrebbe dire "avevano giuste idee, ma non hanno saputo come metterle in pratica"; questi no, questi sono orgogliosi. Questi si portano in giro un folle, Andrea Insabato, quello che ha messo la bomba al "manifesto" nel 2000, e ora grida istericamente DOBBIAMO AMARE I NOSTRI FRATELLI!, e LA NOSTRA PATRIA! LA NOSTRA FEDE! LA NOSTRA FEDEE!, con questi ragazzi che lo applaudono come un eroe ("ferito ma non fermato"); hanno a capo Roberto Fiore, "orgoglioso" di essere stato un "impresentabile", di aver patito l'esilio in nome delle sue idee - ma sta in realtà parlando dei suoi anni di latitanza a Londra, quelli che s'è fatto perché è stato condannato a cinque anni (poi tre e mezzo in secondo grado, condanna infine caduta in prescrizione) per banda armata.
Insomma, Nazirock è un prodotto approssimativo, che spara contro la Croce Rossa (le inquadrature di ragazzi terroncelli e grassocci che cantano Ragazzo dell'Europa dai bei capelli biondi / erede di un passato di sangue e fedeltà fanno inevitabilmente ridere, però siamo un po' dalle parti del Bagaglino, eh) e non viene mai al punto. Il punto non sono le facce buffe di Mussolini, per quanto siano invero estremamente buffe, il punto non sono le canzoni che inneggiano alla violenza: il punto è la violenza. La violenza simbolica e fisica, il VALORE della violenza, il valore dell'autoritarismo e della dittatura; il valore del patriarcato, del maschilismo, del nazionalismo e del sangue; il valore del disprezzo nei confronti del diverso, quel diverso da "rigettare" come il corpo rigetta gli elementi estranei; e l'antiabortismo, e il cristianesimo integralista; e tutte le cose, ripeto, per cui venerdì mi sono svegliata con il bisogno di andare al corteo del 25 aprile, che non si sa mai.
Ma Nazirock è un'occasione sprecata anche per riflettere sugli opposti valori della sinistra. Sull'ipocrisia e sulla confusione di chi schifa il patriottismo a casa propria e difende acriticamente il nazionalismo degli altri, chi fa un pensierino sullo sbattezzarsi ma ammira le tradizioni religiose degli altri, e su come questa confusione celi un altro tipo di razzismo, meno pericoloso ma che saremo prima o poi costretti ad affrontare.
La solidità della destra, il fascino della destra, sta proprio nella loro capacità di affrontare qualsiasi cosa con lo stesso sguardo, e non di procedere caso per caso; la loro ideologia è facilmente trasferibile e mobile. Io non voglio avere certezze di quel genere, ma il ragionamento politico dovrebbe comunque partire da una base solida, che la sinistra, soprattutto quella scalcagnata che c'è adesso, non sembra riuscire a contornare con precisione; e gli effetti sono le disparate opinioni sul Tibet, o operazioni come Gaza vivrà, e mille altre cose che appaiono torbide o semplicemente approssimative.
Ok, fine. Direi che il pezzo è completo.
di
Irene
alle
18:20
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