Parecchie settimane fa, mi verrebbe da dire addirittura parecchi mesi fa, sono arrivata davanti al cancello del cortile/garage dove tengo la bicicletta, sono entrata, sono arrivata davanti al mio prezioso mezzo di trasporto e ho visto che il telo con cui copro il medesimo era decorato con un paio di fori di inequivocabile provenienza tabagista.
Una persona normale avrebbe inveito contro la divinità, l'Uomo, l'inciviltà contemporanea o più probabilmente il multiculturalismo.
A me è venuto da vomitare.
Ma ho avuto anche una sorta di epifania, o meglio, un momento di lucidità con il quale sto facendo i conti da settimane, o addirittura mesi; la lucidità di rendermi conto che ciò che mi provocava nausea non era la rabbia per il telo rovinato o lo sconforto davanti alla stronzaggine dei miei vicini, bensì la vergogna. Un'eruzione lavica di vergogna che aveva origine al centro del petto e si espandeva, scottandomi, un po' dappertutto, fino a farmi bruciare le orecchie.
E un pensiero: “Basta, ti prego. Non di nuovo, non ancora”.
C'è una considerevole distanza tra le finestre del palazzo che s'affaccia sul cortile e la mia bicicletta: chiunque abbia lanciato i mozziconi deve aver voluto colpirla. Non c'è nulla di intrinsecamente malvagio nell'atto: è anzi profondamente umano, anche se probabilmente più maschile, il desiderio di colpire un obiettivo, di fare centro/rete quando si getta qualcosa. Chi non l'ha mai fatto? Appunto. È altrettanto umano, anche se non lodevole, non fermarsi a pensare sulle precise conseguenze di un'azione compiuta senza pensare: la soddisfazione immediata non regge di fronte a considerazioni e obiettivi di lungo termine, altrimenti saremmo tutti sani, tonici e realizzati.
Però, ecco, l'hanno fatto apposta – e magari, volevano proprio danneggiare il mio telo. Forse ce l'hanno con me. Cosa posso fare? Non posso fare nulla, se non fingere che non sia successo niente, non mostrare quanto ci sono rimasta male, e sperare che la smettano.
Quella mattina, mentre salivo sulla bici, mi sono resa conto di essere una vittima di bullismo. Cioè, ovviamente ricordavo di esserlo stata: intendo dire che mi sono resa conto di non aver mai smesso di esserlo. Il bullismo - le persecuzioni, le prese in giro, la violenza fisica spesso minacciata e a volte subita - mi ha resa una vittima per sempre.
Non stupisce nessuno, giusto? Chiunque mi conosca anche un po', compresi i compari di blog/tumblr/friendfeed, non penso avrebbe alcuna difficoltà a immaginarmi come vittima di qualcosa – so di averlo scritto in fronte, “VITTIMA”, di averlo inciso su ogni nervo, di comunicarlo con ogni gesto e parola. Il fatto è che sono stata vittima di così tante cose e persone, che non ho mai stilato una classifica. Ma mentre pedalavo verso il lavoro, ho capito che il bullismo aveva vinto il primo premio, o almeno era sul podio.
E come molte vittime, ho finito per pensare che fosse persino giusto. Me ne sono andata in giro affermando che alla fin fine il bullismo “ti sveglia”; ti porta a sviluppare una personalità sufficientemente forte da renderti indipendente dalla pressione sociale e dal giudizio altrui; rompe il consolatorio e oppiaceo incanto del mondo governato da giustizia, bontà e merito dove insegnanti e genitori hanno la sfacciata pretesa di far vivere i bambini; e infine ti insegna la necessità di saperti difendere anche fisicamente, cosa che non ha certo risvolti negativi.
Quante cazzate.
Piuttosto di ammettere di aver vissuto un'ingiustizia non riparabile, ho preferito sposare la logica del carnefice. Un meccanismo così ovvio e imbecille che riconoscerlo non fa che duplicare la vergogna.
La chiamo timidezza, insicurezza, introversione, asocialità - ma perché non chiamarla, più semplicemente, paura degli altri? Paura, angoscia, ansia, disagio, a seconda delle occasioni. Se cammino sul marciapiede e in lontananza vedo un gruppo di ragazzi che sta chiacchierando o fumando fuori da un locale, l'idea di dover passare tra di loro mi spaventa. Mi diranno qualcosa? E se decidono di non farmi passare? E se si mettono a ridere di me?
Il gruppo è un'unità sociale che mi terrorizza. La maggior parte delle persone, o almeno una proporzione sufficientemente nutrita, non sono particolarmente cattive, se prese una per una. Ma una volta riunite in un gruppo, cambiano. Si fomentano a vicenda. A nessuno verrebbe in mente, se sta fumando da solo per strada, di farmi uno sgambetto mentre passo – ma se è con amici? Se vuole far vedere ai suoi coetanei quanto è figo e quanto se ne frega? Se viene sfidato a farlo dal capetto della sua compagnia? Se sente il bisogno di celebrare la compattezza e la superiorità della sua unità sociale con il sacrificio rituale di un non-membro?
D'altronde, non posso nemmeno cambiare strada. Anzi, se deviassi il mio percorso in modo troppo palese, quelli avvertirebbero l'odore della mia paura e potrebbero sentirsi invitati ad attaccarmi, quando magari se passassi dritta non si accorgerebbero della mia presenza. Che fare? Fai finta di nulla. Cammina veloce, ma non troppo veloce, bensì come se dovessi andare da qualche parte, come se qualcuno ti aspettasse, come se non fossi realmente sola ma idealmente insieme alla proiezione della persona che ti sta aspettando. Sguardo basso o perso in un indefinito orizzonte: devi dare l'impressione di essere assorta in altri pensieri, di non averli nemmeno notati, di essere troppo indaffarata o troppo distratta per sentire quello che ti dicono, se ti diranno qualcosa - meglio se hai gli auricolari, così puoi far finta di non averli sentiti perché ascoltavi della musica – dato che se ti insultano in qualche modo, la cosa migliore è non mostrare di aver sentito.
Avete idea di quanti gruppi di persone a prevalenza maschile si incontrano durante la giornata, se vi muovete con i mezzi pubblici? Per quanto mi riguarda, sempre uno più di quanto riesca a sopportare. Non che ogni volta io vada in panico: ho più di trent'anni, spesso riesco a razionalizzare e comprendere che non c'è alcun reale pericolo, oppure semplicemente sono davvero distratta e con la mente rivolta ad altro. Ma sì, capita; e se parliamo di disagio, sì, capita sempre.
Perché non sto parlando di sesso? Un gruppo di maschi, una femmina che ci passa vicino tutta timorosa - non sarebbe più normale sentirsi minacciata da attenzioni sgradite, piuttosto che dall'ipotesi di derisioni e spintoni?
Sì ma, ecco, non vedo alcuna differenza; non ci sono mai riuscita. Molti anni fa me ne andavo in giro la notte, da sola, tagliando per giardinetti pubblici poco illuminati e mal frequentati, e non pensavo di rischiare alcunché perché ero convinta di essere troppo brutta per attirare l'attenzione sessuale di chiunque. Quando ho capito che non funzionava così, semplicemente il senso di minaccia si è arricchito, ma non è molto cambiato. Sapere che, in quanto donna, sono permanentemente definita come oggetto sessuale e giudicata come tale, passando o meno un esame a cui non ho scelto di presentarmi... in che modo si distingue dal bullismo?
Designata come oggetto sessuale, designata come oggetto di violenza: si tratta sempre di una deumanizzazione in cui non ho voce in capitolo, a cui non sono in grado di oppormi.
“Sta' dritta con la testa”, mi rimproverava mia madre per via della mia abitudine a guardare in basso mentre cammino. “Ehi, ma hai visto quello lì che è passato com'era conciato? Figurarsi, tu non vedi mai niente vero?” - no, non vedo niente. Potrei anche andarmene in giro senza occhiali, se non fosse che non riuscirei a leggere il numero del tram. Non guardo nessuno. Sono così abituata a guardare per terra o verso un punto dell'orizzonte, sono così abituata a far finta di nulla, a badare affinché il mio sguardo non incroci quello altrui, che ho difficoltà a mettere a fuoco le persone. Posso incontrarvi in un corridoio ogni giorno per un anno e non riuscire a fare una descrizione del vostro volto. Non riconosco i miei vicini di casa se li incontro fuori dal condominio; a volte, qualcuno mi saluta per la strada, ma non ho la minima idea di chi sia. “Scusa, sono pessima a ricordare le facce”.
Non c'è un motivo preciso per cui si diventa vittima. Ho conosciuto ragazze più brutte, più sfigate, più introverse di me, a cui però non è capitato. Non so generalizzare, ma dato che ci ho pensato molto, so perché lo ero io.
Perché ero bruttina, ma non avevo degli handicap tali da far sentire meschino chi se la prendeva con me. Perché ero abbastanza intelligente da rendermi conto, con precisione, di quanto stava accadendo, e assaporare ogni stilla di umiliazione, e permettere agli altri di assaporare ogni stilla di trionfo. Perché ero sola, e non avevo fratelli maggiori a difendermi, né genitori in grado di incutere timore ai miei coetanei. Perché sapevo di essere sola. Perché pensavo che i miei genitori fossero troppo deboli per difendermi, dato che erano indifesi a loro volta davanti a chi si approfittava di loro. Perché ero più povera degli altri, non abbastanza da suscitare compassione o imbarazzo ma a sufficienza per indossare vestiti inopportuni e per non conoscere come si vive. Perché ero introversa, mi piaceva starmene per conto mio a leggere e fantasticare ed era evidente il misto di invidia e di disprezzo con cui guardavo gli altri alle prese con attività del tutto diverse. Perché sono sensibile e permalosa, per cui do un sacco di soddisfazione, soprattutto in ragione del fatto che non so nascondere le emozioni. Perché ero fiduciosa ed entusiasta, e non avevo alcun filtro a impedirmi di esprimere il mio attaccamento agli altri, a ridere forte e a dire quanto ero felice.
Oggi sono sardonica, fredda e rido sempre con la mano davanti alla bocca, per non mostrare i miei brutti denti. Il mio vestito di cinismo e sarcasmo conquista le amiche, ma chi mi ama, lo fa per quando sono fiduciosa ed entusiasta, per quando rido forte.
Non c'è una morale a questo post, e non c'è nemmeno una conclusione. L'ho scritto per fare penitenza, pensando a tutte le volte in cui ho detto e ho scritto che il bullismo “non è niente di che”, e magari la vittima se le va a cercare, e un po' se lo merita pure.
Ci sarebbe qui spazio per tutta una serie di considerazioni, queste sì davvero sconfortanti, sugli effetti a lungo termine e soprattutto sulle ricadute su chi mi sta vicino. Per esempio, sapete di cosa mi ringrazia più spesso la gente? Di aver insegnato loro il distacco dagli altri. Di aver messo in discussione la natura di rapporti di amicizia, amore, parentela, e di aver installato il dubbio sulla necessarietà di certi legami. Non è spaventoso? Ho l'impressione di spargere freddezza, disillusione, quando non rancore e abbandono.
Ho scambiato per libertà di pensiero e autonomia ciò che è più propriamente solitudine, paura degli altri e paura dei legami con gli altri, e colpevolmente ho lasciato che gli altri mi attribuissero tali doti, invece di farmi riconoscere come ciò che sono, ossia un'avvizzita misantropa.
Allora diciamo che la morale potrebbe essere questa: la gente danneggiata, che come sappiamo è pericolosa, non dovrebbe essere scelta come confidente, e soprattutto dovrebbe imparare a farsi una gran palata di cazzi suoi.
(per scacciare la malinconia, vi prometto a breve - giuro! - un post frizzante ed entusiasta su un'irritante canzone macedone. stay tuned!)
giovedì 31 marzo 2011
Bullismo
di
Irene
alle
09:30
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Etichette: idiosincrasie, on my own
venerdì 24 settembre 2010
MissVivy
Quest'anno ho pensato molto a MissVivy. MissVivy diceva che era tutta colpa di Milano.
E' stato un anno molto difficile, questo che si sta trascinando lentamente alla fine. Ora va un po' meglio, altrimenti non sarei qui a scriverlo. Non va benissimo, ma va senz'altro meglio.
Quest'anno qui, che ora anche se è ancora settembre già è come se fosse passato, è iniziato con il mio primo vero lutto ed è finito con un documentario su Charles Bukowski. Ma voi lo sapevate che Bukowski aveva l'acne? Io no. Non sapevo proprio nulla di Bukowski: ho letto tre libri suoi, mi sono piaciuti molto ma è morta lì. Comunque, mentre stavo lì ad ascoltare quel tizio vecchio e irrimediabilmente brutto parlare di ciò che aveva voluto e ciò che non aveva voluto, mi sono improvvisamente ricordata di ciò che io avevo voluto e di ciò che non avevo voluto, e le cose sono tornate al loro posto.
Perché non è solo una questione di You can't always get what you want, canzone che peraltro non conoscevo prima del Dr. House. Si tratta più che altro di aver fatto delle scelte, un sacco di tempo fa, e queste scelte non determinano solo cosa faccio e cosa possiedo, ma soprattutto chi sono.
L'unico problema è che si tratta di scelte che ho fatto davvero molto, molto tempo fa, quando il mio unico progetto a lungo termine era quello di morire a breve termine.
Quando avevo 10 anni, ero convinta che sarei morta prima dei 18. Quando ho compiuto 17 anni mi sono accorta con disappunto che, nonostante fosse chiaro che non era plausibile, anzi era platealmente ingiusto e offensivo che io continuassi a vivere, il cosmo non sembrava dare segno di volermi espellere.
(sì perché mica pianificavo un suicidio, nonostante quello sia un pensiero che da lì in avanti ho sempre avuto e continuamente ho: m'immaginavo più una cosa di selezione naturale, tipo che un giorno, finalmente, la grande divinità volgesse lo sguardo su di me ed esclamasse “ma cazzo, e quest'obbrobrio che ci fa qui? via subito! raus!” e così puff!, fine, tana libera tutti)
Così niente, mi sono detta che aveva più senso fare finta di niente, continuare a fare le cose che dovevano essere fatte, rimanere calma e paziente, tanto quanto ancora avrei dovuto vivere? Fino ai 22, 25 anni al massimo? Potevo farcela.
Poi una invece arriva ai 30, totalmente spiazzata. Anche perché nel frattempo sono anche successe altre cose, per esempio l'amore, una casetta da arredare, un lavoro o più di uno, tutte cose che per loro stessa natura richiedono non dico per forza una progettualità, ma almeno un tipo di orizzonte mentale che non sia “va beh, tanto tra un paio d'ore si muore, no?”. E con i trent'anni accadono altre cose, alcune dentro di te, totalmente inaspettate e indesiderate, ma che si siedono lì dentro la tua pancia soddisfatte e paciose come se quello fosse da sempre il loro posto; e altre accadono intorno a te, le vite degli altri diciamo, ma ormai è difficile pensarli come “altri” dato che ti stanno così vicino, e a volte ti somigliano un sacco, se non fosse per quelle scelte che, loro no, non hanno fatto a 10 anni.
Allora ripenso a MissVivy. La chiamavamo così - o meglio così aveva iniziato a chiamarla S., ché io a dire il vero odio i soprannomi - perché era sempre perfetta, come una bambola, come una dama. Sempre impeccabile nel suo stile anni Ottanta, la chioma color Cindy Lauper, e il trucco immacolato. Aveva, questo me lo ricorderò in eterno, dei fogliettini con cui tamponarsi il volto, che toglievano l'unto ma non il trucco. Cose così.
Nonostante si confidasse con noi, di MissVivy non sapevamo quasi niente, perché lei sapeva unire perfettamente la capacità tutta genovese di eludere le domande e non lasciar trapelare mai nulla di veramente intimo, con la placida serenità di chi ormai ne è fuori e preferirebbe non rivangare il passato. Non mi sentivo del tutto a mio agio con lei, un po' per quella sua perfezione, un po' perché mi sembrava troppo lontana per età (a quel tempo, 5 anni di differenza erano un mondo) e per stato sociale, lei così immersa in quel mondo piccolo borghese di botteghe, quartieri residenziali e cosmetici di marca. Però un pomeriggio mi diede un passaggio, e parlammo un poco.
Mi raccontò che tutto era iniziato a Milano, dove era andata per inseguire un sogno e da dove era fuggita nel fallimento e nella disperazione. Milano città di ragazze bellissime, e di competizione, e di perfidia, e del non essere mai abbastanza, e del non essere mai.
Sinceramente, non la seguivo. A Milano avevo studiato e quello che mi ricordavo erano concerti, centri sociali, locali lesbici, mostre gratis, incontri culturali, manifestazioni di piazza, e una grande città dove ogni diversità poteva trovare la propria somiglianza. Non ricordavo competizione, semmai disordine, ridondanza e, alla fine, superficialità.
MissVivy era così placida, capii in quel breve viaggio in macchina dal ponente al levante, perché era sotto Prozac da ormai 7 anni. Per me il Prozac era solo un simbolo, una battuta, e non avevo mai conosciuto qualcuno che ne fosse dipendente. MissVivy mi disse che era l'unica medicina che era riuscita a farla tornare a vivere, e dato che non aveva la minima intenzione di abbandonarlo mai la questione della dipendenza non si poneva, non più di quanto si pone la questione della dipendenza dall'acqua, o dal sonno.
Quest'anno ho incontrato la Milano di cui mi parlava la mia MissVivy. Non proprio la stessa, certo, ma ho finalmente capito cosa intendesse lei. In tutti gli anni che ho passato qui ho odiato Milano per un fantastiliardo di motivi: la pianta circolare, l'assenza del mare, l'accento della gente, le zanzare, l'umidità, lo smog che entra in casa, la bruttezza della periferia, l'antipatia del centro, l'ostentata ricchezza, il costo degli affitti, i locali da fighetti, gli eventi indie, il rumore, gli aperitivi a otto euro - continuate voi. E mille volte ho maledetto il destino che mi ha inchiodata qui, quando io m'immaginavo a finire (presto) la mia vita in Campo Pisano o in Salita degli Angeli.
Ma pian piano, quasi con sorpresa, mi sono rassegnata, poi abituata, e ora sono quasi contenta; tutti quei motivi di odio, a volte non li noto più, a volte non sono più tali, a volte alzo le spalle e li sopporto con eleganza.
Però quest'anno Milano mi ha mostrato una faccia diversa, una malvagità più profonda, una capacità inaspettata di tenerti in mezzo e puntare il dito contro di te, di confonderti, di mortificarti al punto da farti dimenticare chi sei.
Quindi, scusami MissVivy. Mentre mi raccontavi del tuo male, non ti ho capita; ho pensato che tu fossi superficiale, troppo influenzabile, che un po' te la fossi cercata scegliendo male ambienti e compagnie. Il tuo fallimento resta tale, e lo so perché è il mio; e il tuo Prozac è qualcosa di cui non ho bisogno grazie a chi ho vicino, non certo per mio merito.
Tu sei tornata a casa, a guarire, annoiarti e rimpiangere la tua occasione. Io rimango qui, alzo gli scudi deflettori, mi tengo stretta alle cose che so di me e che non posso permettere che mi riportino via, e continuo ad aspettare, calma e paziente.
di
Irene
alle
16:58
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giovedì 9 settembre 2010
la mantellina
Così oggi, quando sono uscita dal lavoro, invece di tornare a casa sono andata da Decathlon e ho comprato una mantellina da pioggia, da mettere per andare in bici quando piove.
Poi, uscita dal negozio, mentre liberavo la bici, ho pensato che era una così bella giornata, magari potevo farmi ancora un giro, mangiarmi un gelato. Ho rifatto il giro della piazza e mi sono infilata in via Dante, che è sempre così piena di gente, di turisti, e ora il ristorante ha proprio tutti i menu in russo, potevo prendermi un gelato lì, la bancarella verde della comunità degli ex tossici che sono millemila anni che voglio controllare su internet se esiste davvero ma non mi segno mai il nome, quanti ambulanti che ci sono sempre, oppure già che ci sono potrei andare da Lush, ho fatto inversione e sono tornata indietro.
Perché poi per gratificarmi dovrei sempre usare il cibo? E' una bellissima giornata, posso tornare a casa passando dal Parco Sempione, perché sono in bici, perché c'è un parco, è un parco molto bello secondo me. Anche qui ci sono tanti turisti, specie all'entrata, ma appena mi districo da questo passaggio posso lasciarmeli indietro, andare veloce in bicicletta perché è in discesa e perché non ho paura. Certo non ti consola del fatto di non essere a Berlino, ma è un bel parco, meglio di niente almeno, e il cielo è quasi azzurro. Sbaglio sempre strada, mi faccio ingannare dal fatto che vedo l'Arco lì davanti e quindi vado dritta, dimenticando che a Milano se vuoi andare in un posto devi sempre prenderla alla larga, arrivargli alle spalle, come un agguato. Invece va a finire che passo sempre nel fresco e ne buio dove dorme la gente, e mi dispiace moltissimo.
E' bella anche l'uscita del parco, anche se poi questa zona diventa subito la Milano della gente odiosa, i locali antipatici dove, ci butto sempre l'occhio, vedi pranzare delle persone che ti mettono i brividi solo a guardarle. I mostri. Però si può passare sul marciapiede, che è bello largo, e poi via, il resto della strada, verso il mondo normale, sono ancora stupita da quanto vado più veloce ora che mi sono fatta alzare il sellino e riesco a stendere le gambe. Il cielo qui sopra è esattamente blu, l'asfalto di questa strada è stranissimo perché non solo è rosa che già uno non se l'aspetta, ma soprattutto è a lastroni, hanno posato per terra dei lastroni quadrati di asfalto rosa e io faccio tu-tum! a ogni intersezione. La natura dell'asfalto è una cosa a cui non pensi mai quando vai a piedi. Ho comprato una bella borsa per il pc, tutta imbottita, e dopo aver visto che è bastata a proteggerlo da un'ora di pavé ora sono tranquilla, mentre i primi giorni ogni tu-tum! mi faceva battere il cuore.
Sono le due, chissà se riesco a salutarlo prima che esca? No, è impossibile, ci metterò almeno altri dieci minuti. Ma ho fatto bene a non andare subito a casa e comprare la mantellina, sono molto contenta; c'era un'altra signora che la cercava nel negozio, lei s'è fatta spiegare le cose dalla commessa, io invece mi vergogno e faccio sempre finta di fare dell'altro perché non voglio che la gente pensi che non ho mai avuto una mantellina e non so nemmeno com'è fatta, penso sempre che la gente mi giudichi e non lo posso sopportare. Così sono rimasta ad ascoltare le spiegazioni della commessa alla signora, la ragazza le ha fatto vedere la mantellina che usa lei per andare in motorino, e sia io che la signora la cercavamo per la bici, così ho trovato molto buffo il fatto che fossero prodotti da escursionismo, se tanto si sa benissimo che la gente le compra per andare in bici, o in motorino. Quando se ne sono andate tutt'e due ho preso la mantellina che le aveva fatto vedere, era la più costosa, ma su queste cose non si deve risparmiare, e sono andata quatta quatta alla cassa.
Sono proprio a posto ora, perché la settimana scorsa avevo già preso un telone per coprire la bicicletta, lì non mi ero sentita vergognosa perché quando sono entrata il negoziante mi ha accolta con un sorrisone come se condividessimo un segreto di gioia, e dal magazzino è andato a prendere un telo e poi ha detto che ne aveva uno che costava di più ma era proprio lo stesso tessuto che si usa per coprire le macchine, e io ho detto che volevo quest'ultimo perché, poverina, la bicicletta è proprio in mezzo a un cortile, senza nemmeno un muro, un albero, un tettuccio. E poi lo so bene che su queste cose non si deve risparmiare.
La gente come me, che deve stare attenta ai soldi, lo sa che su queste cose non si deve risparmiare. Perché quando invece una persona può spendere, allora può suddividersi tra tante cose, tanti hobby, tanti oggetti, e ricava soddisfazione da tutti. Va in tutti i posti che vuole, può mangiare dove e quello che vuole, magari ha tante case dove stare e può scegliere in quale andare, ha l'attrezzatura per tutti gli sport e i vestiti per ogni occasione, e se una cosa si rovina pazienza, non è così importante, la si ricomprerà, in fondo è solo un oggetto, non bisogna essere materialisti. Ma se tu devi stare molto attento con i soldi, allora non hai quasi niente, tranne una o due cose che hai deciso che, no, quelle era cose tue e vanno fatte bene. E quindi queste cose te le coltivi, e diventano molto importanti, le guardi e le fai con amore, attenzione, un po' ti ci commuovi dietro, e possono essere una passione o anche niente, solo cose importanti. Allora su quelle cose non si può risparmiare, perché anche se lo sai che non potrai mai avere la cosa migliore, o quella che davvero davvero vorresti, comunque dev'essere qualcosa di bello, altrimenti anche quando fai la cosa che per te è importante se la fai con degli oggetti brutti, lisi e scricchiolanti, ti ricorderai ogni volta la fatica che fai nella vita e che tante altre persone invece non fanno e potresti intristirti al punto da perdere l'amore anche per la tua cosa importante, e allora, se perdi anche quello, potresti non avere più voglia di niente e non riuscirebbero più a convincerti.
Invece io ho un bel telone per la mia bicicletta, e oggi ho comprato una bellissima mantellina.
di
Irene
alle
15:24
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venerdì 27 agosto 2010
alcune differenze tra me e una capra
Sono andata in montagna e, imprevedibilmente, sono tornata viva per raccontarlo.
Sono partita senza una guida, una cartina, un depliant, una qualsiasi nozione del posto dove stavo andando, di cui ho cercato il nome su wikipedia tipo due giorni prima di arrivarci. Ho buttato vestiti a caso in uno zaino a caso, usando anche l'ultimo minuto prima della partenza per giocare a World of Warcraft (diciamocelo, lo yoga era meglio), e dopo ore e ore di viaggio mi sono ritrovata, domenica mattina, in Piemonte, a 1500 metri sul livello del mare, in un adorabile paesino in cui l'80% dei residenti, stando almeno ai campanelli, sfoggia lo stesso cognome.
Non che la cosa non si notasse, ecco. Avete presente quei discorsi sull'importanza di preservare la biodiversità? Secondo me non dovremmo limitarla ai formaggi, diciamo. Sembrava di stare nella versione montanara della Maschera di Innsmouth.
Beh, comunque, il programma quotidiano era: andiamo a vedere i cartelli in paese e facciamo qualsiasi escursione entro le due ore. Due ore STOCAZZO, dopo il nostro passaggio spero abbiano rivisto i cartelli, perché di sicuro gli abbiamo inquinato la media. Oggi sono andata a riguardare le escursioni che abbiamo fatto su Gulliver, e ho letto bestialità come "itinerario adatto a tutti", "leggera pendenza", "gita breve e facile" - una gita breve e facile è quella da casa mia all'Esselunga, zio cantante. Trovo ben più appropriate espressioni come "una fottuta scalata" o "un inenarrabile massacro".
Bisogna ammettere che mentre procedevo a stento con ginocchia tremanti e perdita totale della dignità, incrociavamo famigliole al completo - poppanti e vecchi sciancati compresi - in assetto da "eravamo usciti per fare due passi e prendere un gelato ma già che avevamo indosso scarponi da otto chili e bacchette in titanio abbiamo pensato bene di deviare per il lago alpino". Con i bambini che chiedevano ai genitori: "ma quelli perché non hanno gli scarponi? ma non ha freddo quella signora così tutta sbracciata? scommetto che non si sono portati nemmeno da mangiare" (true story).
500 e più metri di dislivello (a quello lì gli sanguinavano le gengive, per dire), affrontati con questo impeccabile equipaggiamento: All Star basse, vecchi jeans che toccano terra, canottiere H&M e crema solare della Lidl protezione 20.
Nei momenti più difficili, mi aggrappavo a un unico pensiero: no cazzo, *non posso* cadere rompermi sette gambe e farmi venire a prendere dall'elicottero, perché altrimenti sicuro qualche blogger ne approfitterà per scrivere della gente che va in montagna a rischiare la pelle eh un po' se le cerca e oltretutto poi paghiamo noi e meno male che almeno non aveva figli.
E, perdio, tutto ma materiale per blogger no. Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su XCondividi su FacebookCondividi su Pinterest
di
Irene
alle
19:36
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Etichette: on my own
mercoledì 2 dicembre 2009
loto e carciofi
Così, per compensare l'increscioso numero di sigarette quotidiane, mi sono iscritta a un corso di yoga. Sì lo so che sembra una roba patetica: femmina, Milano, trent'anni, yoga.
Brrr, a vederlo scritto mi fa spavento.
Ma forse voi non sapete che a yoga ci si fa un culo come una capanna e si suda come maiali, il che rende molto meno radicalchic tutto l'insieme.
Se poi pensate che negli ultimi tre anni l'unica attività fisica che ho compiuto è stata giocare a Diablo 2, potete immaginare il mio stato di prostrazione.
La mia pratica dello yoga quindi consiste nel bestemmiare di fatica, sì, ma solo ogni cinque respiri.
In realtà la cosa del bestemmiare è resa particolarmente trasgressiva dal fatto che la pratica prevede il mantra iniziale e il mantra finale. Ovviamente io, con grande diligenza, ne canto ogni sillaba. Forse la cosa mi è agevolata dal fatto che in Messico ho vissuto quasi un mese in una comune Hare Krisna nella quale la sera, attorno al fuoco, al posto di Baglioni si cantava il Gayatri Mantra.
Nessuno se lo aspetta da un'atea materialista come me, ma la mia interpretazione del "dove mi metti, sto" include un "dove mi metti, mi converto". Il fatto è che nella mia vita ho continuamente incontrato gente che voleva convertirmi a qualcosa, e io per cortesia me ne stavo (e cantavo). Tradotto: finché c'è da scroccare cibo e droghe, chi sono io per oppormi al soffio vitale dell'intelligenza universale dello spirito santo degli alieni maya?
In armonia a questa svolta salutistica e spirituale, il trip del mese è senz'altro FarmVille. Non capisco come questi stupidi giochini di Facebook possano essere così virali, a fronte di ben migliori e più divertenti giochi online tipo OGame o gli infiniti emuli di Civilization o SimCity. Probabilmente perché questi ultimi ti richiedono un'identificazione nel ruolo di "tizio che gioca online", con tutto il corollario di stigma che vanno dall'acne alle difficoltà di erezione; invece se perdi quattro ore e mezza al giorno su Farmville non sei uno sfigato, sei un coraggioso pioniere dei social media.
Beh io no, io porto avanti con orgoglio la mia capacità a sviluppare dipendenze dalla coltivazione di articiocche. Ho comprato il trattore, espanso la fattoria, chiuso in gabbia le galline, e sfrutto intensivamente il terreno usando fertilizzanti chimici che inquinano la terra e l'acqua.
Sto giusto aspettando che insieme alle decorazioni e agli alberi il sistema mi consenta di comprare schiavi negri: il cotone ce l'ho già.
Per finire, le pagine culturali: nessun film bellissimo, mi sembra, ma ho letto "La versione di Barney" ed è proprio bello come si dice e come immaginavo dopo aver letto quell'altro, e gli Isis in concerto sono stati strepitosi.
di
Irene
alle
23:47
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martedì 17 novembre 2009
ricreazione
Ho ricominciato a fumare. Sono riuscita a evitarlo per quasi un anno, ma ci sono ricascata, complice l'autunno e le interminabili ore in biblioteca.
Quando piove, tengo la sigaretta dentro il palmo, e mi sento tanto cantautore francese.
Ho proprio il bisogno ora di scrivere un po', per ritrovare il piacere di farlo. Ho scritto troppo in quest'ultimo periodo e con troppa fatica.
Vorrei essere capace di dipanare un ragionamento lineare, tranquillo, paziente; invece non riesco a non riportare sulla pagina lo stesso groviglio di collegamenti, intuizioni e sciatterie che caratterizzano il mio modo di pensare.
Sono talmente in ritardo, con il dottorato, che ormai sono scivolata in un'altra dimensione spazio temporale. Mi sento come un'atleta sulla pista dei 5000m, apparentemente piazzata benino, ma che in realtà è stata appena doppiata.
Quindi scrivo un po' stasera, che sembra tardissimo e invece è solo l'inverno e la solitudine. Non si va a dormire finché non si finisce, stasera, e a tenermi compagnia c'è l'avanzo della birra, una puntata di File Urbani dedicata a Malta e i gerbilli, che non si capacitano della luce ancora accesa in cucina e si aggirano senza pace nella loro gabbia.
File Urbani è solo una delle bellissime trasmissioni di Radio 3: da quando improvvisamente la mia radio ne ha captato la frequenza, la mia qualità della vita è decisamente aumentata. Non c'è praticamente programma che non vi consigli col cuore in mano.
I gerbilli invece sono la mia personale versione di animale domestico. Sono come piccoli topi ma più cricetosi; la loro specialità è scavare tunnel, distruggere cartoni e tentare la fuga.
Non penso che per la birra serva un link.
Che altro? Il cielo è plumbeo, l'aria umida e si sta per concludere il primo anno nella nuova casa. Anzi, probabilmente un anno fa sono venuta in questa zona per la prima volta. Odore di foglie bagnate lungo i marciapiedi.
Ho visto un bel po' di film brutti o mediocri, e una manciata di film belli: L'amico di famiglia, Grace, Orphan, Up, Little Children, Trick'r Treat, L'uomo che fissa le capre.
Ho visto i concerti dei Dinosaur Jr. e dei Wilco in concerto; il primo è stato un po' noioso e di maniera, il secondo uno dei più emozionanti mai. Ah prima c'era stato quello di Dan Auerbach & The Fast Five, e penso che il mondo debba sapere quanto sono bravissimi e divertenti ed entusiasti - lui è il cantante dei Black Keys ma mi piace mille volte di più in questa versione blues tex-mex. Ah sì probabilmente sbaglio le etichette, ma è che di musica io non me ne intendo per nulla, bisogna riconoscerlo.
Sì e poi ho aggiornato il netbook a Ubuntu 9.10 Karmic Koala e ne sono così contenta che ormai uso solo questo. Bellissimo e funziona tutto, uno spettacolo.
Beh ora basta, mi sono gratificata pure troppo, i gerbilli stanno impazzendo ed è ora di chiudere.
di
Irene
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02:02
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mercoledì 15 luglio 2009
con gli occhi di un bambino
Li ho letti, per carità, tutti quei libri che parlano di quanto sia bello essere bambini, di quanto profondi siano i bambini, e di quanto si possa imparare dai bambini. Sapete, tipo "l'essenziale è invisibile agli occhi" e via dicendo. Dato che quei libri li ho letti quando ero sufficientemente piccola da non pormi il problema del mio rapporto col mio "bambino dentro", non ricordo la mia reazione.
Però ora che ci penso, voglio dire, che diavolo significa "l'essenziale è invisibile agli occhi"? Di cosa stiamo parlando? Emozioni? Ma le emozioni sono visibilissime. Volete dirmi che non sapete dire, guardandone l'aspetto e il comportamento, se una persona è innamorata, offesa, impaurita, annoiata, intimidita, nervosa, felice? Allora, scusate eh, ma è che siete babbi voi. A meno che si tratti di emozioni nascoste, ma per quanto uno sia un bravo attore, non ci si nasconde a lungo e a tutti. Quindi? "Le cose molto ben nascoste sono difficili da vedere"? Va beh, grazie al cazzo.
O forse parlavate dell'ossigeno, che è invero essenziale e invisibile agli occhi.
La premessa mi è sfuggita di mano; intendevo dire che questa retorica di quanto insomma i bambini siano puri e che bello riuscire a vedere il mondo con gli occhi di un bambino, a me sembra un po' una cagata. Finora, i bambini che ho conosciuto non mi hanno detto nulla di rilevante.
Infatti non riesco a capire che fascino ci sia in queste creature - a parte per le madri a cui immagino scatti qualche sorta di automatismo, boh. Ma gli altri, quelli non coinvolti geneticamente?
"Vedere con gli occhi di un bambino" significa capire come intepreta il mondo un outsider che si trova all'oscuro delle leggi fisiche e delle norme sociali che noi diamo per scontate, penso. Bene, è interessante, fondamentalmente è il programma dell'etnometodologia. Ma non ho bisogno di un bambino per questo: basta un qualsiasi straniero, un leghista, o, se proprio avete la passione per la gente non autosufficiente, anche un minorato mentale può andare al caso vostro.
La mia domanda è: non è molto, molto più divertente, interessante, "istruttivo", profondo frequentare una persona adulta che ha la capacità di uscire dal mondo per osservarne clinicamente l'ovvio, piuttosto che frequentare un bambino che è semplicemente ignorante?
No ma i bambini sono tanto teneri, mi direte. Sì, sono programmati per essere teneri e noi siamo programmati per riconoscerne la tenerezza; ma sono teneri per 5 minuti, al sesto stanno rompendo i coglioni. Perché anche gli animali sono teneri: fai loro due carezze e morta lì. I bambini no, li devi ascoltare: e inevitabilmente parlano di stronzate, perché, ricordiamolo, sono ignoranti. Non puoi parlare con loro di un film, di un libro - ma che dico, nemmeno del tempo.
E invece di riconoscere umilmente la loro totale inutilità, e quindi tacere, sono abituati a essere al centro dell'attenzione, e parlano, e raccontano, e a volte pure vogliono giocare con te.
Cioè intendiamoci, se il figlio di qualche amico o parente mi si appiccica e vuole parlare con me, io non è che reagisco pugnalandolo agli occhi, ci sto anche. Non sono molto brava, ma ci posso stare. Posso anche trovare piacevole la creatura in sé, riconoscerle intelligenza, simpatia, buon carattere. Ma dopo mezz'ora mi sto già dicendo Che stress, ma perché non la portano via e mi lasciano parlare con uno della mia specie? Ma ciò non accade, perché la gente suppone che io, in quanto femmina ormai dell'età appropriata a ingrossare la mia panza e le fila dei servi del Signore, adori disquisire di cagnolini, gormiti, amichetti dell'asilo o "quella volta che abbiamo preso il treno". Perdio, perché dovrei essere interessata a tale compagnia?
Beh, perché i bambini piacciono a tutti - no? Certo: e anche i Cesaroni e i film di Vanzina incontrano un grande successo se è per questo.
Sì, esatto: questo post nasce dall'esaurimento in me prodotto da 5 giorni di convivenza con un quattrenne, e dalla consapevolezza che me ne restano altri 11. No, il quattrenne è al sicuro, non preoccupatevi: mi sfogo su di voi apposta. Nessun Gormito o pallina-astronave del cazzo è stato danneggiato per la stesura di questo post.
di
Irene
alle
13:04
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