venerdì 22 luglio 2011

i tram di Milano

Cara Milano,
non mi stai rendendo le cose facili.

Vivo qui da quasi nove anni, anche se non continuativamente. Come mi è già capitato di scrivere, nei tuoi confronti ho la più banale delle ambivalenze: ti detesto, ma non sono sicura di poter più fare a meno di te.

Quando me ne vado, quando torno a Genova per esempio, sono colpita da quanto sia tutto più sporco, più brutto, più lento, più rotto, più caotico, più cheap.
(l'altra sera ho fatto un giro alla Marina di Sestri Ponente, che s'è riempita in mia assenza di una moltitudine di locali e ristoranti, e guardavo gli avventori pensando: "See, vi piacerebbe. Patetici.")

Quando me ne vado, quando torno a Genova per esempio, sono colpita da quanto sia tutto più creativo, più vivo, più economico, più facile, più vero, più bello.
(l'altra sera ho fatto un giro alla Marina di Sestri Ponente, che s'è riempita in mia assenza di una moltitudine di locali e ristoranti, e guardavo gli avventori pensando: "Perdio, questi si fanno l'aperitivo davanti al mare senza manco uscire dal quartiere - uao, ma guarda quella barca a vela, ma è grandissima!")

Una mia amica m'ha spiegato che proprio perché Milano è una città borghese, è una citta che accoglie le diversità. Certo, per usarle, magari sfruttarle; ma per lo meno le accoglie. E a furia di accogliere, diventa un posto interessante, un posto dove chiunque non abbia una casa si può sentire a casa. (quest'ultima parte l'ho aggiunta io, la mia amica temo la troverebbe cheap)

Dove voglio arrivare, cara Milano? Cara Milano, ciò di cui vorrei parlare con te, puttana eva fraudolenta, sono 'sti cazzo di tram. Questi fottuti tram che continuano a sparirmi sotto il culo e nel mentre tu mi metti il biglietto a un euro e cinquanta, dio buono, son tremila lire puttana madea.

Quando mi sono trasferita qui - che va beh tanto con G+ tra un po' sapete anche come si chiama mia mamma, comunque qui a viale Certosa, per far capire in che buco nero fossi finita dicevo: "Guarda la cartina dell'ATM, vedi lì quella zona dove non c'è un cazzo? Ecco, sono proprio lì in mezzo". Che poi mi si consolava: ma no dai, c'hai addirittura TRE tram.

E io bella contenta mi dicevo, belin c'ho tre tram. Manco uno che mi porta a una fermata della metro in meno di mezz'ora, ma insomma, col 14 si arriva a Lanza, e poi in Duomo, e volendo mi riporta a casa dai Navigli; col 7, no beh il 7 effettivamente fa un giro idiota, ma volendo mi porta a Garibaldi, e poi se ho la pazienza di aspettare UN'INTERA FOTTUTA ORA ci arrivo pure in Bicocca; e poi c'è il 19, che no effettivamente non serve a una minchia, però dai volendo mi porta al passante - no, va beh, scherzavo, mi porta a Cadorna; no effettivamente non serve a un cazzo, non importa.

Il 14 è un tram interessante, perché dato che attraversa mezza città, carica popolazione piuttosto eterogenea. Ma queste sono considerazioni che piacciono al Corriere: il problema è che dato che attraversa mezza città, accumula ritardi inconcepibili.
(un altro problema è che si tratta di un sirietto, uno di quei tram progettati apposta per far rompere i femori ai vecchi: due sole obliteratrici situate strategicamente in testa e in coda al tram, da dove poi sei obbligata a saltellare per un corridoio strettissimo usando come soli appigli le maniglie che pendono a due metri d'altezza. ripartenze brusche, curve da montagne russe, vecchiette che piangono, donne incinte che rotolano, estemporanee apparizioni di padre pio che bestemmia)
Dopo pochi mesi dal mio trasferimento erano già aumentati i 14 che ti dicevano:
Sai cos'è? Io quasi quasi mi fermo a Cenisio.
No dai, come a Cenisio? Ma è un posto infame, non ci vado da nessuna parte, ma che ci faccio a Cenisio?
Eh, aspetti il 14 dopo.
Ma cazzo, non potevi dirmelo prima quando son salita? C'hai un display lì sopra, a cosa altro dovrebbe servire?
No, è che ho deciso adesso. Non so che dirti, è stata una giornataccia, c'ho freddo, e poi viale Certosa è un posto del cazzo, dai senti io mi fermo qui.  Magari domani, davvero. Ciao eh.

Poi è scomparso il 7.
Eh ci sono i lavori, lo facciamo partire dal Monumentale.
No ho capito che ci sono i lavori, ma non potevate deviarlo su Cenisio come il 14?
Nonono, guarda, è una questione di principio, lo facciamo partire da Monumentale e bon - tanto, l'hai detto pure tu che faceva un giro idiota no?
Sì ma io come...
Shh, basta lamentarti, fuori forse tornare con l'AMT col biglietto a un euro e venti?
No, va beh, non importa.
Insomma c'era il cambio da fare tra 14 e 7 (mica alla stessa fermata eh, troppo facile, anzi con un bel semaforo in mezzo, non sia mai) e così in Bicocca ci arrivavo in un'ora e mezza. Cioè ci metto lo stesso tempo a piedi. Non è una spacconata eh, lo dice pure Google Maps. Senza contare i 7 che all'improvviso ti dicevano:
Sai cos'è? Io quasi quasi mi fermo a Piazzale Lagosta.
No dai, come a Piazzale Lagosta? Ma - no, niente, scusa io. Ciao eh.

Poi è cambiato il percorso del 19. Che va beh, il 19 non serviva un cazzo a dire il vero, io ero pure contenta perché c'era un altro tram che mi portava a casa dai Navigli, e poi mi era pure comodo per il lavoro. Bravo 19, 19 FTW.

Poi c'erano i lavori in viale Cenisio che dovevano durare tot mesi e invece sono durati tot+4 mesi, e al 14 hanno fatto fare una deviazione che allungava sistematicamente ogni tragitto di 20 minuti. Così che per andare a prendere un treno in Centrale, dovevo uscire di casa un'ora e mezza prima. Dice Google Maps che se vado a piedi ci metto  un'ora e venti minuti, però con bagaglio leggero.

No beh così ieri mentre torno a casa con la bici che m'han prestato, perché l'altra me l'hanno rubata, e quindi mi hanno prestato questa bici rossa che è così cinese che c'ha le scritte in cinese, e cigola tutta ed è una sorta di graziella che io a usarla dopo la mia Peugeot mi sento tipo il fratellone di Goonies con la bici a rotelle della bambina, beh vedo questo cartello che dice "No niente, tra un paio di giorni viale Espinasse lo chiudiamo per un po', cioè non tantissimo eh, diciamo che per il 2012 giurin giuretta te lo ridiamo, anzi magari pure prima".

Che io torno a casa e dico "Vedi 'sti stronzi va a finire che ora il 19 lo fanno iniziare dal deposito, te lo dico io". E lui risponde "Ma no, faranno una deviazione, cosa vuoi che sia".
Ho controllato sul sito. Sì, fanno una deviazione. A tipo UN CHILOMETRO IN LINEA D'ARIA dalla fermata prima.
E nella stessa giornata, Pisapia dice che si vede costretto ad aumentare il biglietto a un euro e cinquanta.

Allora, cara Milano, quello che volevo dirti, e che tu immagino già potrai indovinare da tutto il discorso, è: mavaffanculo.


sabato 9 luglio 2011

E' facile smettere di cucinare (se sai a chi farlo fare)

Ora elenco tutte di seguito le cose che so a proposito del cucinare.

Uova. Le uova si devono mettere nel pentolino insieme all'acqua fredda, così non si rompono. C'è una cosa a proposito della freschezza, tipo che capisci se non fresche o meno a seconda di come stanno in acqua, se galleggiano o se affondano; a logica, direi che se galleggiano non va bene. Se le vuoi sode devi farle bollire per 8 minuti: questo lo so perché l'altro ieri ho controllato su "Anche tu cuoco/a". Io pensavo che fossero 10, ma temevo che fossero 5. Comunque no, sono otto, e con qualche minuto in meno si ottiene un altro tipo di uovo, non ancora sodo, si chiama altrimenti ma non è roba che ci riguarda in questo momento. Quando hai finito sostituisci l'acqua bollente del pentolino con acqua fredda, e quando è sufficientemente fredda sbucci le uova lì dentro.

Zucchine: *non* si sbucciano.

Acqua per la pasta: al pensionato m'hanno insegnato che il sale si mette poco prima che l'acqua bolla, non ricordo se "perché così bolle prima" o a causa di qualche connessione con il fenomeno dell'evaporazione. Mia madre invece lo mette subito, per esempio. Così non si scorda. Mia madre copre la pentola con il coperchio, anche quando ha buttato la pasta, così ogni volta l'acqua esce e il coperchio cade. Il mio stakeholder non mette mai coperchi e mette l'acqua a bollire un'ora prima del necessario, poi va di là al computer e la cucina sembra un bagno turco.

Melanzane: se le usi per fare cose al forno devi toglierci l'acqua, e lo fai con il sale. Non so esattamente come: le tagli a fette e poi le adagi su un letto di sale? e se sono tante, cosa fai, più strati di sale e fette di melanzane? il sale solo sotto o anche sopra? e quanto sale? bisogna coprirle? quanto devono starci? A tutte queste domande non ho risposta.

Carciofi: non ci si può bere il vino insieme.

Padelle: bisogna metterci dell'olio dentro, altrimenti la roba si attacca e si brucia. In molte occasioni bisogna far scaldare prima l'olio, e dato che non è chiaro capire fino a quanto si deve star lì a far scaldare l'olio, ho deciso che la regola è "fino alla prima bollicina". A volte in questa fase dentro all'olio ci stanno altre cose, come dei pezzi di cipolla, e allora la regola è "quando i tre quarti della superficie assumono un color ocra". L'olio una volta caldo sfrigola e spruzza e diventa pericolosissimo.

Scalogno: uno non ci crede, ma si può mettere nell'insalata. Anche le mele.

Peperoncino: qualsiasi cosa è meglio con. Anche l'insalata. Pure se ci sono le mele.

Tè: la bustina (le foglie sono troppo uno sbattimento) deve stare in infusione dai 3 ai 5 minuti; su un tè comprato da Harrods molti anni fa avevo letto che deve "blend, not stew" e nonostante tuttora non abbia la minima idea di cosa significhi, secondo me rende bene. Prima si versa l'acqua bollente nella tazza, poi si immerge la bustina. Il limone, quando lo gradisci, lo devi comunque mettere un po' dopo, sicuramente dopo che hai levato la bustina, altrimenti diventa una limonata.

Microonde: purtroppo, non è buono per scaldare le brioche.

Insalata di riso: c'è chi non ci mette la maionese. Non l'ho mai fatta ma sento che è alla mia portata: bisogna far bollire il riso, risciacquare il riso (contiene il pericoloso amido!) e poi metterci delle cose che si trovano già pronte in lattine e vasetti, dell'uovo sodo (vedi sopra), del formaggio, robe così. Ho l'impressione che la regola del peperoncino qui non valga.

Cheesecake: giuro su dio, la so fare. L'ho pure fatta. Giuro, ho dei testimoni.

Macchie di cibo: con qualcuna bisogna metterci del borotalco sopra, mi sembra quelle del vino. O dell'olio. Con il cioccolato funziona il sapone per piatti, l'ho provato l'altro giorno.

Bugie: io sono l'addetta a tagliarle. Il segreto sta ne taglietto in mezzo. Vengono meglio le ultime delle prime, quando l'olio è già vecchio.

Quattro salti in padella: check.

Mozzarella: a differenza di ciò che si potrebbe pensare, una volta tolta dalla busta non va risciacquata.

Caffettiera: non va lavata col sapone.

Mi pare basta, non so altro. Bon, abbiamo finito, come post direi che è completo.

martedì 28 giugno 2011

friendfeed e la gente

La prima volta in cui mi sono iscritta a Friendfeed è stata nel - no, non me lo ricordo. Nel 2008 forse. Era estate, ero a Genova, dovevo scrivere non so che paper/tesina, i miei genitori erano da qualche parte in vacanza, mi annoiavo; qualche early adopter di quelli che io seguo (un modo elegante per dire: Zio Bonino) ne parlava bene, mi sono iscritta. Mi affascinava l'intersecarsi della blogosfera - con le sue gerarchie, personalità, gergo, rituali, "tradizioni" - con la dimensione da cazzeggio tipica del forum: mi sembrava la quadratura del cerchio. Era divertente.
Dopo qualche mese mi sono disiscritta cancellando il mio account: il ridicolo tentativo (uno dei tanti) di eliminare le distrazioni, disintossicarmi da internet, dedicarmi seriamente al dottorato.

L'anno scorso mi sono iscritta di nuovo, per motivi di completezza. A un certo punto mi sono convinta che il mio futuro professionale avesse a che fare con internet, e quindi dovevo "entrarci" di più, Sì, non ha il minimo senso, ma me la ricordo più o meno così.
(vorrei aggiungere che l'anno scorso mi sono iscritta a World of Warcraft perché volevo scrivere 4 righe sugli avatar. sono ancora lì.)
Ho trovato FF molto cambiato: non più le blogstar di qualche anno fa, moltissime persone che non hanno né blog né altro (al limite un twitter) (twitter è una cosa che ancora adesso non so come si usi), e che cazzeggiano amabilmente con pochissimi o nulli riferimenti alle Grandi Questioni della blogosfera (del tipo blogbabel sì o no, telecom sì o no, tramezzini sì o no, web 1.0 o 2.0, bucknasty prima faceva più ridere eccetera). Mi piacciono molte di queste persone. Il distacco dalla blogosfera fa sì che la dimensione forum/chat si sia accentuata, sia per il livello di cazzeggio sia per la capacità di far nascere al proprio interno modi di dire, rituali, gerarchie, tradizioni, scandali e tormentoni. E idee geniali: Forse anche la Simmenthal, i fotomontaggi di Isola Virtuale, la famosa moschea abusiva del quartiere Sucate in via Giandomenico Puppa, eccetera. Li lovvo un sacco, insomma.

(You know, my brother once told me that nothing someone says before the word "but" really counts)

Ma a volte la gente sbrocca. La gente sbrocca più spesso lì che in altri luoghi di mia conoscenza. I luoghi più litigiosi della blogosfera - i litblog e Kilombo - raramente sono arrivati a punte simili di sbroccaggio.
Non parlo di flame, che si fanno per distrarsi. Parlo di reazioni da manicomio.
Parlo di comportamenti da mitomani che coinvolgono branchi di persone apparentemente prive di un livello base di comprensione del testo. Parlo di comportamenti e reazioni che ti fanno credere di star leggendo le parole di qualcuno che ha bisogno di aiuto.
E ci sono sfoggi di cattiveria e di livore che cagano in testa al fascino del cattivo, fanno due giravolte e diventano sfoggi di cattiveria e di livore. Col cazzo che sto dalla parte di Asso Merril, scusate eh. Si ride e si scherza, però col cazzo uguale.
E ho un po' di difficoltà a lasciare lì la cosa. Pensare che sì, è il mezzo che trasforma le persone; pensare che non sono realmente così, stanno fingendo, o forse non si esprimono bene scrivendo, che dal vivo sarebbero diversi. Non riesco a pensarlo perché non ho mai visto una grande differenza nelle persone, online e offline; e l'eventuale differenza era sempre a svantaggio dell'offline.

Alcuni anni fa una mia amica e collega scoprì il favoloso mondo dei forum, mentre io stavo per imbarcarmi nel favoloso mondo dei blog. A volte mi chiedeva se certe dinamiche fossero "normali", se fossero "cose da forum"; non lo erano sempre. Settimana dopo settimana l'ho vista montare degli psicodrammi spaventosi in quella comunità; l'ho vista fare carognate, ricevere carognate, comportarsi come una sbroccata mitomane. E non sapevo cosa fare; non sapevo gestire quell'informazione all'interno del nostro rapporto. Collega, amica, di qualche anno più grande; può una persona essere malata quando scrive su un forum, e sana quando parla in ufficio?

Immagino di sì - immagino che la maggioranza di voi mi risponderà di sì. È solo un gioco. È solo una sperimentazione identitaria. Eppure io fatico a figurarmi quelle persone lì mentre spengono il computer e tornano normali, serene, in possesso di facoltà cognitive atte a organizzare la percezione della realtà esterna secondo categorie logiche.
Lo so che hanno un lavoro, sono sposate, hanno dei fratelli, dei figli; che sono membri rispettabili della nostra comunità. Che hanno una macchina, e la guidano. Che hanno il diritto di voto.

No, sicuramente non è FF. È che la gente, sarebbe meglio non saperne nulla, rimanere in casa e giocare col gatto.



giovedì 2 giugno 2011

l'indispensabile post sulle elezioni

La mia scheda elettorale era immacolata. Grazie al cazzo, ho cambiato residenza l'anno scorso - no, non è per questo. In realtà io non voto; cioè, non votavo.

Non voto - cioè, non votavo - perché non credo nella democrazia. Non penso che sia un sistema che garantisca sufficiente giustizia e libertà, per cui ho sempre cercato di pensare, parlare e discutere un'alternativa. La chiamerei anarchia se non fossi intimidita dalla parola, e se volessi chiamarla.

Scendendo a terra, non votavo perché prendevo sul serio il voto. Il voto è una delega incondizionata, senza possibilità di ritiro, ripensamento o controllo, della propria libertà di scelta e della propria voce, a un'altra persona. Equivale al dichiararsi incapaci di intendere e volere e di affidare - nell'ultimo, isolato guizzo di consapevolezza prima del declino nella demenza totale - ogni decisione sulla propria esistenza politica e, in gran parte, sociale, a un altro individuo.
È un po’ la differenza tra guardare una bistecca e vedere un secondo, o vedere un pezzo di cadavere. Può succedere che qualcosa faccia clic e tu non vedrai mai più del cibo, vedrai solo un pezzo di cadavere; e molti se ne offenderanno e molti non ci crederanno, ma tu vedi un pezzo di cadavere e ti fa anche un po’ schifo, e proprio non te la senti di mangiare una roba del genere.

Una volta ho votato - anzi, due: un’elezione amministrativa e una politica. Era perché, sapete, bisognava fermare Berlusconi. Non riesco a ricordare quando né come, ma sono ragionevolmente certa che in nessuno dei due casi i miei candidati sono andati al governo.
Se non altro, sono felice di essere abbastanza giovane da non aver votato il governo che ha bombardato la Serbia. Mi sono già sentita abbastanza colpevole e complice di quell’infamia senza dover sopportare il pensiero di aver messo per iscritto il permesso di uccidere della gente in mio nome.

Poi, niente, quest’anno ho votato per Pisapia.
Ci ho pensato molto, e mi sono decisa a farlo perché non sto facendo nient’altro. Anni fa facevo politica: m’informavo, leggevo, discutevo; preparavo il cambiamento con la riflessione e la pratica, con l’esempio e la militanza. Da anni non faccio nulla di tutto ciò; se qualcuno mi chiede cosa ne penso, allora rispondo, ma è proprio il mio massimo. Non manifesto, non occupo, non so più dove sono girata, non me ne frega nulla; addirittura mi capita di comprare Nestlè.
Ogni tanto ho dei moti di indignazione, ma nel vuoto siderale della mia testa non c’è abbastanza ossigeno per un cerino, figurarsi per il fuoco della passione politica.

Ho pensato che, senza questo tipo di coinvolgimento, i discorsi di cui sopra non sono anarchia, non sono alternativa: sono solo apatia. E dato che la mia libertà e la mia voce non le uso per fare nulla, non mi servono più, posso ben barattarle con il rassicurante senso del dovere democratico.

Sono contenta che abbia vinto Pisapia. Ho letto il suo programma e mi è piaciuto. Ho dato il mio voto per una donna di Sel che mi sembra competente e seria, e sono soddisfatta della scelta.

Non sono andata in piazza. Sono contenta che ci siate andati, e che siate stati bene; ho visto delle foto, dei grandi sorrisi, e vedere tanta gente tutta contenta non può che far sorridere. Ma non comprendo in pieno il motivo che vi ha spinti ad andare in piazza a festeggiare.
Cerco da una ventina di minuti le frasi per spiegare quanto mi siete sembrati strani, ma non è facile e non credo di riuscirci.

Molti hanno linkato questa vignetta di Makkoz, ma io non la capisco. Chi ha vinto cosa? Ciò che è successo dipende da me, da te? Siamo andati sui monti a guerreggiare contro l’invasore? Abbiamo occupato la fabbrica mettendo in ginocchio il signor padrone? Abbiamo fatto la rivoluzione impadronendoci del Palazzo d’Inverno? Non abbiamo fatto un cazzo, se non aspettare che anche “loro” si stancassero e venissero nel nostro carruggio, non si sa quanti per convinzione e quanti per disperazione.
Niente, continuo a provarci ma non riesco a trovare le parole. Sopravviveremo, suppongo.

Bon, tutto è bene quel che finisce bene. Come al solito non so come finire, quindi me la cavo con l’immancabile canzone.

giovedì 31 marzo 2011

Bullismo

Parecchie settimane fa, mi verrebbe da dire addirittura parecchi mesi fa, sono arrivata davanti al cancello del cortile/garage dove tengo la bicicletta, sono entrata, sono arrivata davanti al mio prezioso mezzo di trasporto e ho visto che il telo con cui copro il medesimo era decorato con un paio di fori di inequivocabile provenienza tabagista.

Una persona normale avrebbe inveito contro la divinità, l'Uomo, l'inciviltà contemporanea o più probabilmente il multiculturalismo.
A me è venuto da vomitare.
Ma ho avuto anche una sorta di epifania, o meglio, un momento di lucidità con il quale sto facendo i conti da settimane, o addirittura mesi; la lucidità di rendermi conto che ciò che mi provocava nausea non era la rabbia per il telo rovinato o lo sconforto davanti alla stronzaggine dei miei vicini, bensì la vergogna. Un'eruzione lavica di vergogna che aveva origine al centro del petto e si espandeva, scottandomi, un po' dappertutto, fino a farmi bruciare le orecchie.
E un pensiero: “Basta, ti prego. Non di nuovo, non ancora”.

C'è una considerevole distanza tra le finestre del palazzo che s'affaccia sul cortile e la mia bicicletta: chiunque abbia lanciato i mozziconi deve aver voluto colpirla. Non c'è nulla di intrinsecamente malvagio nell'atto: è anzi profondamente umano, anche se probabilmente più maschile, il desiderio di colpire un obiettivo, di fare centro/rete quando si getta qualcosa. Chi non l'ha mai fatto? Appunto. È altrettanto umano, anche se non lodevole, non fermarsi a pensare sulle precise conseguenze di un'azione compiuta senza pensare: la soddisfazione immediata non regge di fronte a considerazioni e obiettivi di lungo termine, altrimenti saremmo tutti sani, tonici e realizzati.
Però, ecco, l'hanno fatto apposta – e magari, volevano proprio danneggiare il mio telo. Forse ce l'hanno con me. Cosa posso fare? Non posso fare nulla, se non fingere che non sia successo niente, non mostrare quanto ci sono rimasta male, e sperare che la smettano.

Quella mattina, mentre salivo sulla bici, mi sono resa conto di essere una vittima di bullismo. Cioè, ovviamente ricordavo di esserlo stata: intendo dire che mi sono resa conto di non aver mai smesso di esserlo. Il bullismo - le persecuzioni, le prese in giro, la violenza fisica spesso minacciata e a volte subita - mi ha resa una vittima per sempre.

Non stupisce nessuno, giusto? Chiunque mi conosca anche un po', compresi i compari di blog/tumblr/friendfeed, non penso avrebbe alcuna difficoltà a immaginarmi come vittima di qualcosa – so di averlo scritto in fronte, “VITTIMA”, di averlo inciso su ogni nervo, di comunicarlo con ogni gesto e parola. Il fatto è che sono stata vittima di così tante cose e persone, che non ho mai stilato una classifica. Ma mentre pedalavo verso il lavoro, ho capito che il bullismo aveva vinto il primo premio, o almeno era sul podio.

E come molte vittime, ho finito per pensare che fosse persino giusto. Me ne sono andata in giro affermando che alla fin fine il bullismo “ti sveglia”; ti porta a sviluppare una personalità sufficientemente forte da renderti indipendente dalla pressione sociale e dal giudizio altrui; rompe il consolatorio e oppiaceo incanto del mondo governato da giustizia, bontà e merito dove insegnanti e genitori hanno la sfacciata pretesa di far vivere i bambini; e infine ti insegna la necessità di saperti difendere anche fisicamente, cosa che non ha certo risvolti negativi.
Quante cazzate.
Piuttosto di ammettere di aver vissuto un'ingiustizia non riparabile, ho preferito sposare la logica del carnefice. Un meccanismo così ovvio e imbecille che riconoscerlo non fa che duplicare la vergogna.

La chiamo timidezza, insicurezza, introversione, asocialità - ma perché non chiamarla, più semplicemente, paura degli altri? Paura, angoscia, ansia, disagio, a seconda delle occasioni. Se cammino sul marciapiede e in lontananza vedo un gruppo di ragazzi che sta chiacchierando o fumando fuori da un locale, l'idea di dover passare tra di loro mi spaventa. Mi diranno qualcosa? E se decidono di non farmi passare? E se si mettono a ridere di me?
Il gruppo è un'unità sociale che mi terrorizza. La maggior parte delle persone, o almeno una proporzione sufficientemente nutrita, non sono particolarmente cattive, se prese una per una. Ma una volta riunite in un gruppo, cambiano. Si fomentano a vicenda. A nessuno verrebbe in mente, se sta fumando da solo per strada, di farmi uno sgambetto mentre passo – ma se è con amici? Se vuole far vedere ai suoi coetanei quanto è figo e quanto se ne frega? Se viene sfidato a farlo dal capetto della sua compagnia? Se sente il bisogno di celebrare la compattezza e la superiorità della sua unità sociale con il sacrificio rituale di un non-membro?
D'altronde, non posso nemmeno cambiare strada. Anzi, se deviassi il mio percorso in modo troppo palese, quelli avvertirebbero l'odore della mia paura e potrebbero sentirsi invitati ad attaccarmi, quando magari se passassi dritta non si accorgerebbero della mia presenza. Che fare? Fai finta di nulla. Cammina veloce, ma non troppo veloce, bensì come se dovessi andare da qualche parte, come se qualcuno ti aspettasse, come se non fossi realmente sola ma idealmente insieme alla proiezione della persona che ti sta aspettando. Sguardo basso o perso in un indefinito orizzonte: devi dare l'impressione di essere assorta in altri pensieri, di non averli nemmeno notati, di essere troppo indaffarata o troppo distratta per sentire quello che ti dicono, se ti diranno qualcosa - meglio se hai gli auricolari, così puoi far finta di non averli sentiti perché ascoltavi della musica – dato che se ti insultano in qualche modo, la cosa migliore è non mostrare di aver sentito.

Avete idea di quanti gruppi di persone a prevalenza maschile si incontrano durante la giornata, se vi muovete con i mezzi pubblici? Per quanto mi riguarda, sempre uno più di quanto riesca a sopportare. Non che ogni volta io vada in panico: ho più di trent'anni, spesso riesco a razionalizzare e comprendere che non c'è alcun reale pericolo, oppure semplicemente sono davvero distratta e con la mente rivolta ad altro. Ma sì, capita; e se parliamo di disagio, sì, capita sempre.

Perché non sto parlando di sesso? Un gruppo di maschi, una femmina che ci passa vicino tutta timorosa - non sarebbe più normale sentirsi minacciata da attenzioni sgradite, piuttosto che dall'ipotesi di derisioni e spintoni?
Sì ma, ecco, non vedo alcuna differenza; non ci sono mai riuscita. Molti anni fa me ne andavo in giro la notte, da sola, tagliando per giardinetti pubblici poco illuminati e mal frequentati, e non pensavo di rischiare alcunché perché ero convinta di essere troppo brutta per attirare l'attenzione sessuale di chiunque. Quando ho capito che non funzionava così, semplicemente il senso di minaccia si è arricchito, ma non è molto cambiato. Sapere che, in quanto donna, sono permanentemente definita come oggetto sessuale e giudicata come tale, passando o meno un esame a cui non ho scelto di presentarmi... in che modo si distingue dal bullismo?
Designata come oggetto sessuale, designata come oggetto di violenza: si tratta sempre di una deumanizzazione in cui non ho voce in capitolo, a cui non sono in grado di oppormi.

“Sta' dritta con la testa”, mi rimproverava mia madre per via della mia abitudine a guardare in basso mentre cammino. “Ehi, ma hai visto quello lì che è passato com'era conciato? Figurarsi, tu non vedi mai niente vero?” - no, non vedo niente. Potrei anche andarmene in giro senza occhiali, se non fosse che non riuscirei a leggere il numero del tram. Non guardo nessuno. Sono così abituata a guardare per terra o verso un punto dell'orizzonte, sono così abituata a far finta di nulla, a badare affinché il mio sguardo non incroci quello altrui, che ho difficoltà a mettere a fuoco le persone. Posso incontrarvi in un corridoio ogni giorno per un anno e non riuscire a fare una descrizione del vostro volto. Non riconosco i miei vicini di casa se li incontro fuori dal condominio; a volte, qualcuno mi saluta per la strada, ma non ho la minima idea di chi sia. “Scusa, sono pessima a ricordare le facce”.

Non c'è un motivo preciso per cui si diventa vittima. Ho conosciuto ragazze più brutte, più sfigate, più introverse di me, a cui però non è capitato. Non so generalizzare, ma dato che ci ho pensato molto, so perché lo ero io.
Perché ero bruttina, ma non avevo degli handicap tali da far sentire meschino chi se la prendeva con me. Perché ero abbastanza intelligente da rendermi conto, con precisione, di quanto stava accadendo, e assaporare ogni stilla di umiliazione, e permettere agli altri di assaporare ogni stilla di trionfo. Perché ero sola, e non avevo fratelli maggiori a difendermi, né genitori in grado di incutere timore ai miei coetanei. Perché sapevo di essere sola. Perché pensavo che i miei genitori fossero troppo deboli per difendermi, dato che erano indifesi a loro volta davanti a chi si approfittava di loro. Perché ero più povera degli altri, non abbastanza da suscitare compassione o imbarazzo ma a sufficienza per indossare vestiti inopportuni e per non conoscere come si vive. Perché ero introversa, mi piaceva starmene per conto mio a leggere e fantasticare ed era evidente il misto di invidia e di disprezzo con cui guardavo gli altri alle prese con attività del tutto diverse. Perché sono sensibile e permalosa, per cui do un sacco di soddisfazione, soprattutto in ragione del fatto che non so nascondere le emozioni. Perché ero fiduciosa ed entusiasta, e non avevo alcun filtro a impedirmi di esprimere il mio attaccamento agli altri, a ridere forte e a dire quanto ero felice.
Oggi sono sardonica, fredda e rido sempre con la mano davanti alla bocca, per non mostrare i miei brutti denti. Il mio vestito di cinismo e sarcasmo conquista le amiche, ma chi mi ama, lo fa per quando sono fiduciosa ed entusiasta, per quando rido forte.

Non c'è una morale a questo post, e non c'è nemmeno una conclusione. L'ho scritto per fare penitenza, pensando a tutte le volte in cui ho detto e ho scritto che il bullismo “non è niente di che”, e magari la vittima se le va a cercare, e un po' se lo merita pure.
Ci sarebbe qui spazio per tutta una serie di considerazioni, queste sì davvero sconfortanti, sugli effetti a lungo termine e soprattutto sulle ricadute su chi mi sta vicino. Per esempio, sapete di cosa mi ringrazia più spesso la gente? Di aver insegnato loro il distacco dagli altri. Di aver messo in discussione la natura di rapporti di amicizia, amore, parentela, e di aver installato il dubbio sulla necessarietà di certi legami. Non è spaventoso? Ho l'impressione di spargere freddezza, disillusione, quando non rancore e abbandono.
Ho scambiato per libertà di pensiero e autonomia ciò che è più propriamente solitudine, paura degli altri e paura dei legami con gli altri, e colpevolmente ho lasciato che gli altri mi attribuissero tali doti, invece di farmi riconoscere come ciò che sono, ossia un'avvizzita misantropa.
Allora diciamo che la morale potrebbe essere questa: la gente danneggiata, che come sappiamo è pericolosa, non dovrebbe essere scelta come confidente, e soprattutto dovrebbe imparare a farsi una gran palata di cazzi suoi.










(per scacciare la malinconia, vi prometto a breve - giuro! - un post frizzante ed entusiasta su un'irritante canzone macedone. stay tuned!)

venerdì 24 settembre 2010

MissVivy

Quest'anno ho pensato molto a MissVivy. MissVivy diceva che era tutta colpa di Milano.

E' stato un anno molto difficile, questo che si sta trascinando lentamente alla fine. Ora va un po' meglio, altrimenti non sarei qui a scriverlo. Non va benissimo, ma va senz'altro meglio.
Quest'anno qui, che ora anche se è ancora settembre già è come se fosse passato, è iniziato con il mio primo vero lutto ed è finito con un documentario su Charles Bukowski. Ma voi lo sapevate che Bukowski aveva l'acne? Io no. Non sapevo proprio nulla di Bukowski: ho letto tre libri suoi, mi sono piaciuti molto ma è morta lì. Comunque, mentre stavo lì ad ascoltare quel tizio vecchio e irrimediabilmente brutto parlare di ciò che aveva voluto e ciò che non aveva voluto, mi sono improvvisamente ricordata di ciò che io avevo voluto e di ciò che non avevo voluto, e le cose sono tornate al loro posto.

Perché non è solo una questione di You can't always get what you want, canzone che peraltro non conoscevo prima del Dr. House. Si tratta più che altro di aver fatto delle scelte, un sacco di tempo fa, e queste scelte non determinano solo cosa faccio e cosa possiedo, ma soprattutto chi sono.
L'unico problema è che si tratta di scelte che ho fatto davvero molto, molto tempo fa, quando il mio unico progetto a lungo termine era quello di morire a breve termine.

Quando avevo 10 anni, ero convinta che sarei morta prima dei 18. Quando ho compiuto 17 anni mi sono accorta con disappunto che, nonostante fosse chiaro che non era plausibile, anzi era platealmente ingiusto e offensivo che io continuassi a vivere, il cosmo non sembrava dare segno di volermi espellere.
(sì perché mica pianificavo un suicidio, nonostante quello sia un pensiero che da lì in avanti ho sempre avuto e continuamente ho: m'immaginavo più una cosa di selezione naturale, tipo che un giorno, finalmente, la grande divinità volgesse lo sguardo su di me ed esclamasse “ma cazzo, e quest'obbrobrio che ci fa qui? via subito! raus!” e così puff!, fine, tana libera tutti)
Così niente, mi sono detta che aveva più senso fare finta di niente, continuare a fare le cose che dovevano essere fatte, rimanere calma e paziente, tanto quanto ancora avrei dovuto vivere? Fino ai 22, 25 anni al massimo? Potevo farcela.
Poi una invece arriva ai 30, totalmente spiazzata. Anche perché nel frattempo sono anche successe altre cose, per esempio l'amore, una casetta da arredare, un lavoro o più di uno, tutte cose che per loro stessa natura richiedono non dico per forza una progettualità, ma almeno un tipo di orizzonte mentale che non sia “va beh, tanto tra un paio d'ore si muore, no?”. E con i trent'anni accadono altre cose, alcune dentro di te, totalmente inaspettate e indesiderate, ma che si siedono lì dentro la tua pancia soddisfatte e paciose come se quello fosse da sempre il loro posto; e altre accadono intorno a te, le vite degli altri diciamo, ma ormai è difficile pensarli come “altri” dato che ti stanno così vicino, e a volte ti somigliano un sacco, se non fosse per quelle scelte che, loro no, non hanno fatto a 10 anni.

Allora ripenso a MissVivy. La chiamavamo così - o meglio così aveva iniziato a chiamarla S., ché io a dire il vero odio i soprannomi - perché era sempre perfetta, come una bambola, come una dama. Sempre impeccabile nel suo stile anni Ottanta, la chioma color Cindy Lauper, e il trucco immacolato. Aveva, questo me lo ricorderò in eterno, dei fogliettini con cui tamponarsi il volto, che toglievano l'unto ma non il trucco. Cose così.
Nonostante si confidasse con noi, di MissVivy non sapevamo quasi niente, perché lei sapeva unire perfettamente la capacità tutta genovese di eludere le domande e non lasciar trapelare mai nulla di veramente intimo, con la placida serenità di chi ormai ne è fuori e preferirebbe non rivangare il passato. Non mi sentivo del tutto a mio agio con lei, un po' per quella sua perfezione, un po' perché mi sembrava troppo lontana per età (a quel tempo, 5 anni di differenza erano un mondo) e per stato sociale, lei così immersa in quel mondo piccolo borghese di botteghe, quartieri residenziali e cosmetici di marca. Però un pomeriggio mi diede un passaggio, e parlammo un poco.
Mi raccontò che tutto era iniziato a Milano, dove era andata per inseguire un sogno e da dove era fuggita nel fallimento e nella disperazione. Milano città di ragazze bellissime, e di competizione, e di perfidia, e del non essere mai abbastanza, e del non essere mai.
Sinceramente, non la seguivo. A Milano avevo studiato e quello che mi ricordavo erano concerti, centri sociali, locali lesbici, mostre gratis, incontri culturali, manifestazioni di piazza, e una grande città dove ogni diversità poteva trovare la propria somiglianza. Non ricordavo competizione, semmai disordine, ridondanza e, alla fine, superficialità.
MissVivy era così placida, capii in quel breve viaggio in macchina dal ponente al levante, perché era sotto Prozac da ormai 7 anni. Per me il Prozac era solo un simbolo, una battuta, e non avevo mai conosciuto qualcuno che ne fosse dipendente. MissVivy mi disse che era l'unica medicina che era riuscita a farla tornare a vivere, e dato che non aveva la minima intenzione di abbandonarlo mai la questione della dipendenza non si poneva, non più di quanto si pone la questione della dipendenza dall'acqua, o dal sonno.

Quest'anno ho incontrato la Milano di cui mi parlava la mia MissVivy. Non proprio la stessa, certo, ma ho finalmente capito cosa intendesse lei. In tutti gli anni che ho passato qui ho odiato Milano per un fantastiliardo di motivi: la pianta circolare, l'assenza del mare, l'accento della gente, le zanzare, l'umidità, lo smog che entra in casa, la bruttezza della periferia, l'antipatia del centro, l'ostentata ricchezza, il costo degli affitti, i locali da fighetti, gli eventi indie, il rumore, gli aperitivi a otto euro - continuate voi. E mille volte ho maledetto il destino che mi ha inchiodata qui, quando io m'immaginavo a finire (presto) la mia vita in Campo Pisano o in Salita degli Angeli.
Ma pian piano, quasi con sorpresa, mi sono rassegnata, poi abituata, e ora sono quasi contenta; tutti quei motivi di odio, a volte non li noto più, a volte non sono più tali, a volte alzo le spalle e li sopporto con eleganza.
Però quest'anno Milano mi ha mostrato una faccia diversa, una malvagità più profonda, una capacità inaspettata di tenerti in mezzo e puntare il dito contro di te, di confonderti, di mortificarti al punto da farti dimenticare chi sei.

Quindi, scusami MissVivy. Mentre mi raccontavi del tuo male, non ti ho capita; ho pensato che tu fossi superficiale, troppo influenzabile, che un po' te la fossi cercata scegliendo male ambienti e compagnie. Il tuo fallimento resta tale, e lo so perché è il mio; e il tuo Prozac è qualcosa di cui non ho bisogno grazie a chi ho vicino, non certo per mio merito.
Tu sei tornata a casa, a guarire, annoiarti e rimpiangere la tua occasione. Io rimango qui, alzo gli scudi deflettori, mi tengo stretta alle cose che so di me e che non posso permettere che mi riportino via, e continuo ad aspettare, calma e paziente.

giovedì 9 settembre 2010

la mantellina

Così oggi, quando sono uscita dal lavoro, invece di tornare a casa sono andata da Decathlon e ho comprato una mantellina da pioggia, da mettere per andare in bici quando piove.

Poi, uscita dal negozio, mentre liberavo la bici, ho pensato che era una così bella giornata, magari potevo farmi ancora un giro, mangiarmi un gelato. Ho rifatto il giro della piazza e mi sono infilata in via Dante, che è sempre così piena di gente, di turisti, e ora il ristorante ha proprio tutti i menu in russo, potevo prendermi un gelato lì, la bancarella verde della comunità degli ex tossici che sono millemila anni che voglio controllare su internet se esiste davvero ma non mi segno mai il nome, quanti ambulanti che ci sono sempre, oppure già che ci sono potrei andare da Lush, ho fatto inversione e sono tornata indietro.

Perché poi per gratificarmi dovrei sempre usare il cibo? E' una bellissima giornata, posso tornare a casa passando dal Parco Sempione, perché sono in bici, perché c'è un parco, è un parco molto bello secondo me. Anche qui ci sono tanti turisti, specie all'entrata, ma appena mi districo da questo passaggio posso lasciarmeli indietro, andare veloce in bicicletta perché è in discesa e perché non ho paura. Certo non ti consola del fatto di non essere a Berlino, ma è un bel parco, meglio di niente almeno, e il cielo è quasi azzurro. Sbaglio sempre strada, mi faccio ingannare dal fatto che vedo l'Arco lì davanti e quindi vado dritta, dimenticando che a Milano se vuoi andare in un posto devi sempre prenderla alla larga, arrivargli alle spalle, come un agguato. Invece va a finire che passo sempre nel fresco e ne buio dove dorme la gente, e mi dispiace moltissimo.

E' bella anche l'uscita del parco, anche se poi questa zona diventa subito la Milano della gente odiosa, i locali antipatici dove, ci butto sempre l'occhio, vedi pranzare delle persone che ti mettono i brividi solo a guardarle. I mostri. Però si può passare sul marciapiede, che è bello largo, e poi via, il resto della strada, verso il mondo normale, sono ancora stupita da quanto vado più veloce ora che mi sono fatta alzare il sellino e riesco a stendere le gambe. Il cielo qui sopra è esattamente blu, l'asfalto di questa strada è stranissimo perché non solo è rosa che già uno non se l'aspetta, ma soprattutto è a lastroni, hanno posato per terra dei lastroni quadrati di asfalto rosa e io faccio tu-tum! a ogni intersezione. La natura dell'asfalto è una cosa a cui non pensi mai quando vai a piedi. Ho comprato una bella borsa per il pc, tutta imbottita, e dopo aver visto che è bastata a proteggerlo da un'ora di pavé ora sono tranquilla, mentre i primi giorni ogni tu-tum! mi faceva battere il cuore.

Sono le due, chissà se riesco a salutarlo prima che esca? No, è impossibile, ci metterò almeno altri dieci minuti. Ma ho fatto bene a non andare subito a casa e comprare la mantellina, sono molto contenta; c'era un'altra signora che la cercava nel negozio, lei s'è fatta spiegare le cose dalla commessa, io invece mi vergogno e faccio sempre finta di fare dell'altro perché non voglio che la gente pensi che non ho mai avuto una mantellina e non so nemmeno com'è fatta, penso sempre che la gente mi giudichi e non lo posso sopportare. Così sono rimasta ad ascoltare le spiegazioni della commessa alla signora, la ragazza le ha fatto vedere la mantellina che usa lei per andare in motorino, e sia io che la signora la cercavamo per la bici, così ho trovato molto buffo il fatto che fossero prodotti da escursionismo, se tanto si sa benissimo che la gente le compra per andare in bici, o in motorino. Quando se ne sono andate tutt'e due ho preso la mantellina che le aveva fatto vedere, era la più costosa, ma su queste cose non si deve risparmiare, e sono andata quatta quatta alla cassa.

Sono proprio a posto ora, perché la settimana scorsa avevo già preso un telone per coprire la bicicletta, lì non mi ero sentita vergognosa perché quando sono entrata il negoziante mi ha accolta con un sorrisone come se condividessimo un segreto di gioia, e dal magazzino è andato a prendere un telo e poi ha detto che ne aveva uno che costava di più ma era proprio lo stesso tessuto che si usa per coprire le macchine, e io ho detto che volevo quest'ultimo perché, poverina, la bicicletta è proprio in mezzo a un cortile, senza nemmeno un muro, un albero, un tettuccio. E poi lo so bene che su queste cose non si deve risparmiare.

La gente come me, che deve stare attenta ai soldi, lo sa che su queste cose non si deve risparmiare. Perché quando invece una persona può spendere, allora può suddividersi tra tante cose, tanti hobby, tanti oggetti, e ricava soddisfazione da tutti. Va in tutti i posti che vuole, può mangiare dove e quello che vuole, magari ha tante case dove stare e può scegliere in quale andare, ha l'attrezzatura per tutti gli sport e i vestiti per ogni occasione, e se una cosa si rovina pazienza, non è così importante, la si ricomprerà, in fondo è solo un oggetto, non bisogna essere materialisti. Ma se tu devi stare molto attento con i soldi, allora non hai quasi niente, tranne una o due cose che hai deciso che, no, quelle era cose tue e vanno fatte bene. E quindi queste cose te le coltivi, e diventano molto importanti, le guardi e le fai con amore, attenzione, un po' ti ci commuovi dietro, e possono essere una passione o anche niente, solo cose importanti. Allora su quelle cose non si può risparmiare, perché anche se lo sai che non potrai mai avere la cosa migliore, o quella che davvero davvero vorresti, comunque dev'essere qualcosa di bello, altrimenti anche quando fai la cosa che per te è importante se la fai con degli oggetti brutti, lisi e scricchiolanti, ti ricorderai ogni volta la fatica che fai nella vita e che tante altre persone invece non fanno e potresti intristirti al punto da perdere l'amore anche per la tua cosa importante, e allora, se perdi anche quello, potresti non avere più voglia di niente e non riuscirebbero più a convincerti.

Invece io ho un bel telone per la mia bicicletta, e oggi ho comprato una bellissima mantellina.